Fabio Colapietro, quattro giorni di orrore: cosa è successo a Torino
Dalla festa a base di droghe alla confessione di Christian Morando: il delitto nell’appartamento di Nicole Formichetti resta da ricostruire in molti passaggi
La confessione di Christian Matheus De Oliveira Morando ha aperto uno squarcio su quattro giorni trascorsi in un appartamento della periferia nord di Torino, dove Fabio Colapietro sarebbe stato strangolato e poi fatto a pezzi. Gli investigatori devono ancora chiarire il ruolo esatto delle altre due persone arrestate e verificare la ricostruzione fornita dal ventiseienne.
Nell’abitazione di via Gulli 46 vive Nicole Formichetti, insegnante di lettere di 47 anni. La donna è in carcere insieme a Morando e a Keith Butig, 22 anni, conosciuta come Sara. Le accuse non sono uguali per tutti: Morando risponde di omicidio volontario e soppressione di cadavere, mentre Formichetti e Butig sono indagate per quanto sarebbe avvenuto dopo la morte.
La festa precipita nella notte
Secondo gli atti, l’incontro nell’appartamento comincia domenica 20 settembre. Morando sarebbe arrivato con Butig e, nel corso della serata, sarebbero state consumate diverse sostanze, tra cui crack, droghe sintetiche, funghi allucinogeni e cannabis, insieme all’alcol.
Quando le scorte terminano, nel gruppo viene contattato uno spacciatore. A consegnare la droga sarebbe stato proprio Colapietro, 39 anni, descritto come il fattorino del fornitore. L’uomo avrebbe raggiunto più volte l’abitazione, fino a fermarsi nell’appartamento. La situazione sarebbe degenerata tra il 21 e il 22 settembre.
Morando ha raccontato di essersi svegliato convinto che Colapietro avesse tentato di sottrargli 50 euro e un bracciale d’oro. Da qui sarebbe nata una colluttazione durante la quale il giovane avrebbe stretto il collo della vittima con il braccio. La procura contesta l’intenzione omicida, mentre la difesa, affidata all’avvocato Wilmer Perga, sostiene che non ci fosse la volontà di uccidere. “L’ho ucciso io, ma involontariamente”, ha dichiarato Morando.
Il corpo nella vasca e i sacchi
La versione del ventiseienne riferisce anche di un lungo tentativo di rianimazione, durato a suo dire circa due ore. Quando i presenti avrebbero compreso che Colapietro era morto, però, non avrebbero chiamato subito i soccorsi: il consumo di droga sarebbe proseguito e nell’abitazione si sarebbe iniziato a discutere di come eliminare il cadavere.
Tra le ipotesi prese in considerazione ci sarebbe stata quella di appesantire il corpo con catene e gettarlo in acqua. In seguito sarebbe maturata l’idea di dividerlo per facilitarne il trasporto. Per questo, secondo la ricostruzione investigativa, nell’appartamento sarebbero stati acquistati sacchi neri, detergenti, prodotti contro gli odori, una mannaia e un affilatore.
Il cadavere sarebbe stato collocato nella vasca da bagno e successivamente sezionato. Le parti sarebbero state distribuite in 16 sacchi o contenitori. Gli agenti avrebbero trovato anche cemento a presa rapida, coltelli e altri materiali compatibili con un tentativo di occultamento.
Una parte dei resti sarebbe stata sistemata in una valigia. Morando e Formichetti avrebbero poi preso un taxi fino alla zona della Dora, dove alcuni frammenti sarebbero stati abbandonati. Dopo la denuncia, i vigili del fuoco avrebbero recuperato resti umani lungo il fiume.
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Le telefonate fanno emergere il dramma
Butig ha sostenuto di essersi limitata a partecipare all’acquisto dei sacchi e ha negato di avere preso parte sia all’aggressione sia allo smembramento. Dopo avere lasciato l’appartamento, avrebbe trascorso circa un giorno e mezzo spostandosi per Torino, prima di rientrare dalla famiglia.
A fornire altri elementi sono state le comunicazioni tra Morando, la sua ex compagna e la madre. Il 22 settembre il giovane avrebbe inviato un messaggio vocale alla ex, dicendo che ormai era troppo tardi e che si era verificato un grave problema. Nei giorni successivi, durante alcune videochiamate, la donna lo avrebbe visto parlare di cemento, guanti e nastro adesivo.
Il 24 settembre Morando sarebbe entrato in un negozio per comprare altro cemento, spiegando che serviva ad aiutare un amico. Alla ex avrebbe anche detto di non voler pensare a ciò che stava accadendo perché gli provocava conati di vomito.
Con la madre, invece, avrebbe usato espressioni in codice. Le avrebbe parlato di un luogo inaccessibile per lei e dell’odore delle arance, una metafora che la donna avrebbe collegato all’uso degli agrumi per coprire l’odore dei cadaveri nel Paese d’origine. Riferendosi alla professoressa, Morando avrebbe poi pronunciato la frase: “Ero con Satana”.
Ruoli ancora da accertare
Nelle dichiarazioni raccolte nell’ordinanza, Morando avrebbe attribuito a Formichetti il controllo delle iniziative successive all’omicidio. Secondo il giovane, l’insegnante sarebbe stata la persona più lucida e quella maggiormente concentrata sulla necessità di far sparire il corpo.
La ricostruzione è tuttavia contestata e non ancora verificata. Butig ha fornito una versione diversa sulla colluttazione, sostenendo di essere rimasta in un’altra stanza e indicando in Morando e Formichetti le persone che avrebbero colpito Colapietro. L’insegnante, davanti al giudice per le indagini preliminari Antonio Borretta, ha scelto di non rispondere.
La sera del 24 settembre Morando avrebbe incontrato la ex compagna e la madre nei pressi di piazza Rebaudengo. In lacrime e molto agitato, avrebbe iniziato a raccontare l’accaduto. Da quell’incontro è partita la chiamata alla polizia: gli agenti hanno raggiunto via Gulli, dove Formichetti ha aperto la porta e sono stati trovati i resti di Colapietro.
Il giudice non ha convalidato i fermi, ritenendo non concreto il pericolo di fuga, ma ha disposto per tutti e tre la custodia cautelare in carcere. Ora autopsia, rilievi scientifici e ulteriori interrogatori dovranno stabilire come sia morto Colapietro e quale parte abbiano avuto ciascuno degli indagati nelle ore successive.
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