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Cronaca 3 min di lettura1 ora fa

Ex Ilva, il blocco si allarga: oltre 8.600 posti verso la cassa

A Taranto cresce la mobilitazione mentre l’amministrazione straordinaria prepara una nuova richiesta di sostegno per quasi tutto il personale del gruppo

A Taranto il confronto sul futuro dell’ex Ilva si è spostato anche nelle piazze. Nel pomeriggio è prevista la manifestazione organizzata dalla rete di associazioni e cittadini Onda del futuro, che chiede la dismissione del polo siderurgico, la bonifica dell’area, maggiori garanzie sanitarie e un nuovo modello economico e occupazionale per il territorio.

La protesta arriva mentre l’azienda si prepara ad ampliare in modo consistente il ricorso agli ammortizzatori sociali. La richiesta riguarda fino a 8.622 dipendenti su 9.626 complessivi e porterebbe a quasi raddoppiare il numero dei lavoratori già interessati dalla cassa integrazione straordinaria.

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A Taranto finisce lo sciopero

La mobilitazione interna allo stabilimento tarantino si è conclusa alle 23 di venerdì 16 ottobre, dopo una settimana di astensione dal lavoro proclamata dalle organizzazioni sindacali. La decisione è maturata in seguito al confronto di giovedì in Regione Puglia, dal quale è uscita una piattaforma condivisa con istituzioni e rappresentanti politici.

Un altro passaggio è previsto il 27 ottobre, quando il governo incontrerà le parti a Palazzo Chigi. I sindacati puntano a ottenere garanzie sul mantenimento dei livelli occupazionali e su un percorso che affronti anche le questioni ambientali e industriali.


Cassa integrazione per 8.622 persone

La procedura avviata da Acciaierie d’Italia, oggi sottoposta ad amministrazione straordinaria, coprirebbe il periodo fino al 28 febbraio 2027. Attualmente il provvedimento interessa al massimo 4.450 lavoratori; la nuova istanza estenderebbe il numero a 8.622.

La distribuzione prevista coinvolge soprattutto Taranto, con 6.964 addetti su 7.875, ma riguarda anche gli altri siti: 870 persone a Genova su 917, 515 a Novi Ligure su 542, 117 a Milano su 125, 70 a Racconigi su 72, 45 a Marghera su 48, 23 a Paderno su 25 e 18 a Legnaro su 20.

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La sentenza cambia il piano industriale

Alla base dell’iniziativa c’è il provvedimento emesso il 27 luglio dalla Corte d’appello di Milano, che ha imposto lo stop alla produzione nell’area a caldo dello stabilimento di Taranto. Il ricorso presentato dall’azienda e da Ilva, anch’essa in amministrazione straordinaria, sarà esaminato dalla Cassazione il 20 ottobre.

Nella comunicazione trasmessa al ministero, i commissari Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli sostengono che l’esecuzione immediata dell’ordine giudiziario non sia compatibile, nelle condizioni attuali, con l’organizzazione degli impianti. La sospensione, spiegano, rende necessario un diverso assetto operativo: “impone di porre in essere e attuare tempestivamente un diverso piano operativo”.


Impianti preservati in attesa di sviluppi

Dal 9 ottobre, il fermo delle strutture utilizzate per realizzare bramme e coils ha prodotto effetti graduali sulle attività degli altri stabilimenti del gruppo. Acciaierie d’Italia ha quindi annullato gli acquisti di materie prime non più coerenti con la produzione bloccata, con l’obiettivo di contenere l’impatto sui conti della gestione commissariale.

Gli impianti sono stati mantenuti in condizioni di riscaldo, così da limitarne il deterioramento e lasciare aperta la possibilità di riavviarli qualora venissero superati gli ostacoli giudiziari. Resterebbero al lavoro 1.004 dipendenti, destinati alla vigilanza sulle risorse, agli adempimenti amministrativi e ambientali e alle funzioni necessarie per garantire la continuità minima.

La scelta dei lavoratori da sospendere sarà collegata alle esigenze tecniche e produttive dei singoli siti. I commissari hanno inoltre sollecitato il ministero a convocare rapidamente il tavolo congiunto con le organizzazioni sindacali, mentre la riduzione dei costi viene indicata come condizione per accompagnare la cessione degli impianti produttivi.

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