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Cronaca 4 min di lettura13 ore fa

Droni russi e paura: il confine invisibile che mette alla prova l’Europa

Beniamino Irdi analizza l’escalation attribuita a Mosca e spiega perché la risposta occidentale dipende da una soglia soprattutto politica

Un Consiglio di sicurezza europeo potrebbe diventare utile soltanto se fosse dotato di autorità concreta e della possibilità di imporre decisioni. Senza strumenti effettivi, secondo Beniamino Irdi, rischierebbe di trasformarsi nell’ennesimo tavolo di confronto privo di conseguenze.

L’idea è stata rilanciata da Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, insieme a una strategia comune, a un meccanismo d’emergenza complementare all’articolo 4 della Nato e a una maggiore integrazione delle politiche di sicurezza. Il problema resta la sovranità: proprio quando si parla di difesa nazionale, gli Stati membri mostrano la maggiore cautela nel trasferire competenze.


Il Consiglio europeo cerca poteri reali

Irdi, nonresident senior fellow del German Marshall Fund e fondatore e ceo di HighGround, considera significativo il progetto soltanto se capace di produrre effetti concreti. La sua società organizza il 6 novembre alla Luiss di Roma gli “HG Dialogues”, dedicati ai rapporti tra sicurezza nazionale, imprese e nuovi assetti tra settore pubblico e privato.

Nell’analisi dell’esperto, un organo europeo privo di potere decisionale aggiungerebbe poco alla cooperazione già esistente. La questione non riguarda quindi soltanto la creazione di una nuova struttura, ma la disponibilità dei governi a usarla per assumere responsabilità comuni.


La soglia della risposta resta politica

La discussione nasce dall’evoluzione delle cosiddette attività ibride: attacchi informatici, campagne informative, sabotaggi, incendi, pressioni sulle infrastrutture e operazioni con droni. L’obiettivo non è necessariamente provocare subito danni militari decisivi, ma mettere sotto pressione la capacità dello Stato di reagire.

Irdi sostiene che il limite oltre il quale scatta una risposta più dura non sia fissato da criteri tecnici. A determinarlo sono le scelte politiche, mentre una serie di episodi contenuti può rendere difficile costruire il consenso necessario per agire. Per questo, sostituire l’espressione “guerra ibrida” con la parola guerra non risolverebbe il problema: decisivo è il comportamento adottato dagli Stati colpiti.


Mosca alza il livello del rischio

Negli ultimi mesi, secondo l’esperto, le iniziative attribuite alla Russia sono diventate più ravvicinate, evidenti e materiali. Il ricorso a esplosivi, droni e sabotaggi sarebbe aumentato anche perché le precedenti reazioni occidentali alle operazioni informatiche e alla disinformazione potrebbero essere state interpretate da Mosca come insufficienti.

Un secondo elemento riguarda la cosiddetta plausible deniability, cioè la possibilità di negare in modo credibile il proprio coinvolgimento. Alcuni episodi recenti, per la loro complessità, sembrano difficilmente riconducibili a gruppi non statali. Il messaggio, osserva Irdi, potrebbe essere quello di un attore sempre meno interessato a nascondere la provenienza della minaccia.

A settembre la Germania ha collegato alla Russia il tentativo di colpire con droni esplosivi l’aeroporto di Lipsia/Halle. Nel Baltico, una fregata russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese; in Lituania è stato inoltre abbattuto un drone dotato di esplosivo.

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Paura e deterrenza nel mirino

La dimensione psicologica è centrale. Quando nell’opinione pubblica si consolida l’idea di un pericolo permanente proveniente dai droni russi, l’effetto politico può manifestarsi anche senza un attacco riuscito. Paura, contrapposizioni interne e sfiducia nelle istituzioni possono diventare risultati sufficienti per chi conduce l’operazione.

L’Unione europea ha continuato a varare misure contro le attività che definisce ufficialmente “attività ibride” russe, comprese interferenze informative, sabotaggi e tentativi di indebolire le istituzioni democratiche. Von der Leyen ha avvertito che le minacce rivolte all’Europa sono sempre più difficili da distinguere dalle forme tradizionali di aggressione.

Per Irdi, l’Europa dovrebbe costruire una dottrina condivisa di deterrenza. Ogni azione ostile dovrebbe comportare un prezzo riconoscibile e prevedibile, superiore al vantaggio atteso dall’autore dell’attacco.


Energia, riserve e aiuti a Kiev

Tra gli strumenti ancora disponibili figurano la leva energetica, gli asset russi congelati e il sostegno militare all’Ucraina attraverso armi e intelligence. Tutte queste opzioni presentano costi o rischi, ma l’esperto ritiene che il margine d’intervento non sia esaurito.

La gestione delle riserve russe bloccate pone interrogativi giuridici e politici rilevanti. La confisca potrebbe creare un precedente delicato, ma Irdi non considera automatico il ritiro delle riserve da parte di altri Paesi: la situazione della Russia è legata all’invasione di uno Stato sovrano e a un conflitto che dura da quattro anni e mezzo.

Le democrazie liberali si trovano così davanti a una contraddizione. Il rispetto delle garanzie giuridiche rende più complesso intervenire sui beni congelati, mentre il consenso elettorale può frenare decisioni energetiche capaci di aumentare i prezzi. Gli stessi principi che rappresentano una forza istituzionale possono dunque essere sfruttati dagli avversari per rallentare la reazione.

Irdi non propone di abbandonare quei valori, ma chiede di valutare come difenderli in una fase eccezionale. In materia di sicurezza, anche trasparenza e controllo pubblico devono confrontarsi con il ruolo dell’intelligence, del segreto di Stato e di strutture che non possono operare con la stessa esposizione di un ministero.

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