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Cronaca 4 min di lettura2 giorni fa

Droni e sabotaggi, l’Europa ha già superato la soglia

La pressione russa diventa più visibile e rischiosa: per Beniamino Irdi la risposta europea dipenderà dalla capacità di fissare costi chiari e condivisi.

La distanza tra una minaccia “ibrida” e un vero atto di guerra si sta riducendo. Droni esplosivi, sabotaggi e incursioni nello spazio aereo europeo mostrano infatti una crescente esposizione dei Paesi occidentali, ma secondo Beniamino Irdi il problema decisivo non è trovare una nuova definizione: è stabilire quale azione debba far scattare una risposta politica e concreta.

Irdi, nonresident senior fellow del German Marshall Fund e fondatore e ceo di HighGround, si occupa di competizione tra potenze, resilienza democratica e sicurezza. Il 6 novembre sarà inoltre tra i protagonisti degli “HG Dialogues”, incontro organizzato alla Luiss di Roma sui rapporti tra sicurezza nazionale, imprese e istituzioni.


La pressione russa cambia passo

Negli ultimi mesi, osserva Irdi, la condotta russa verso l’Europa ha assunto caratteristiche diverse. Gli episodi sono aumentati e hanno assunto una dimensione più fisica e riconoscibile, con l’impiego di droni, materiali esplosivi e azioni di sabotaggio. La reazione occidentale alle precedenti campagne informatiche e di disinformazione potrebbe essere stata giudicata troppo debole da Mosca, favorendo una maggiore disponibilità a correre rischi.

A settembre la Germania ha attribuito alla Russia il tentativo di colpire con droni carichi di esplosivo l’aeroporto di Lipsia/Halle. Successivamente, nel Baltico, una fregata russa avrebbe lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese, mentre in Lituania è stato intercettato un drone armato. Per Irdi, questi episodi suggeriscono anche un minore interesse del Cremlino a mantenere una negazione plausibile: l’obiettivo potrebbe essere far arrivare con chiarezza il messaggio sulla provenienza della minaccia.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, intervenendo il 16 settembre sullo Stato dell’Unione, ha sostenuto che le minacce rivolte all’Europa sono “sempre meno ibride e sempre meno minacce”. Da qui la proposta di una strategia comune, di un meccanismo d’emergenza collegato all’articolo 4 della Nato e di un futuro Consiglio di sicurezza europeo.


La soglia è soprattutto politica

Secondo Irdi, definire “guerra” ogni sabotaggio o attacco con droni non risolve il nodo centrale. Le operazioni ibride funzionano proprio perché ciascun episodio, preso isolatamente, tende a non apparire abbastanza grave da giustificare una reazione forte. La soglia, quindi, non è fissata da criteri tecnici o da un automatismo previsto nei trattati: dipende dalle decisioni politiche degli Stati colpiti.

La Russia avrebbe contribuito per anni a spostare gradualmente quel limite, contando sulle difficoltà delle democrazie nel costruire consenso attorno a una risposta costosa. Intanto, anche la dimensione psicologica diventa essenziale: la percezione di un pericolo permanente può produrre paura, divisioni e sfiducia nella capacità delle istituzioni di proteggere i cittadini. In questa prospettiva, il bersaglio non è soltanto un’infrastruttura, ma la solidità del sistema democratico.

Per questo l’Europa dovrebbe elaborare una linea di deterrenza condivisa. Ogni attacco dovrebbe comportare conseguenze prevedibili, verificabili e abbastanza pesanti da superare il vantaggio atteso dall’autore dell’azione. L’allarme diffuso sulle minacce ibride potrebbe così diventare, secondo l’analista, un punto di partenza per una politica europea della sicurezza più coordinata.

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Energia, sanzioni e asset congelati

Gli strumenti a disposizione dell’Europa non sono esauriti, anche dopo anni di sanzioni. Irdi indica innanzitutto la possibilità di intervenire sul rapporto con l’energia russa, pur riconoscendo che una scelta simile avrebbe ricadute anche sui Paesi europei. Tra le opzioni restano inoltre le riserve russe immobilizzate, una materia che presenta però ostacoli giuridici e conseguenze politiche rilevanti.

Un ulteriore fronte riguarda il sostegno convenzionale all’Ucraina, attraverso armamenti, intelligence e assistenza militare. La prudenza occidentale, spiega Irdi, è stata spesso condizionata dal timore di un’escalation e questo ha inciso sia sull’entità sia sui tempi degli aiuti destinati a Kiev.

La confisca degli asset russi potrebbe creare un precedente delicato per la fiducia internazionale nelle riserve detenute all’estero. Tuttavia, Irdi esclude che la reazione degli altri Paesi debba essere automaticamente identica: la situazione della Russia è legata all’invasione di uno Stato sovrano e a un conflitto protratto da quattro anni e mezzo, con componenti convenzionali e ibride.


Difendere le democrazie senza svuotarle

Proprio le regole delle democrazie liberali, rileva l’esperto, possono rallentare la risposta. Lo Stato di diritto impone vincoli sulle proprietà congelate, mentre i governi devono tenere conto degli elettori quando adottano misure che possono far crescere i prezzi dell’energia. Questi limiti sono allo stesso tempo una garanzia e un punto vulnerabile che gli avversari possono tentare di sfruttare.

La sicurezza eccezionale può dunque richiedere un diverso equilibrio tra interessi contrapposti, senza rinunciare ai principi fondamentali. Anche la trasparenza deve essere valutata con attenzione: intelligence, segreto di Stato e strutture di sicurezza non possono operare con lo stesso livello di esposizione di un ministero, pur restando sottoposti a controlli compatibili con l’ordinamento democratico.

In questo quadro si inserisce il tema di un Consiglio di sicurezza europeo, accanto all’ipotesi di un organismo analogo in Italia. Per Irdi avrebbe valore soltanto se fosse dotato di poteri effettivi e in grado di produrre decisioni e conseguenze; un’ulteriore sede di confronto, priva di strumenti operativi, rischierebbe invece di non cambiare la capacità europea di reagire.

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