Droni e sabotaggi, l’Europa è già in guerra? La soglia decisiva
Beniamino Irdi spiega perché le azioni russe puntano soprattutto a dividere le società europee e chiede una deterrenza comune con costi più prevedibili.
La distanza tra pressione indiretta e conflitto aperto si sta riducendo. Attacchi informatici, campagne di disinformazione, sabotaggi, incendi e droni stanno rendendo meno netta quella zona grigia che per anni è stata definita “guerra ibrida”. Secondo Beniamino Irdi, esperto di sicurezza e competizione tra potenze, il nodo non è soltanto classificare gli episodi, ma stabilire quale reazione politica debba provocare ciascuno di essi.
Nel frattempo, diversi Paesi europei hanno segnalato azioni attribuite a Mosca. A settembre la Germania ha collegato alla Russia un tentativo di impiego di droni esplosivi nell’area dell’aeroporto di Lipsia/Halle. Nello stesso periodo, nel Baltico, una fregata russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese, mentre in Lituania è stato intercettato un drone armato. L’Unione europea ha continuato a varare misure contro sabotaggi, interferenze informative e attacchi digitali ritenuti parte delle attività ibride russe.
La soglia non è soltanto militare
Intervistato dall’Adnkronos, Irdi ha osservato che negli ultimi mesi le iniziative russe sono divenute più frequenti, concrete e riconoscibili. Il ricorso a esplosivi e droni, insieme alla minore attenzione per la possibilità di negare il coinvolgimento, suggerirebbe una maggiore disponibilità ad assumersi rischi. A suo giudizio, Mosca potrebbe aver considerato troppo debole la risposta occidentale alle precedenti operazioni cibernetiche e informative.
L’analista invita però a non concentrarsi soltanto sul termine “guerra”. Le campagne ibride funzionano proprio perché ogni singola azione viene mantenuta al di sotto del livello capace di provocare una risposta immediata e unitaria. La soglia, ha spiegato, non è fissata da criteri tecnici o da un accordo internazionale: dipende dalle decisioni politiche degli Stati colpiti e dalla loro capacità di trasformare episodi separati in una valutazione complessiva.
La pressione, inoltre, non mira solo a danneggiare obiettivi materiali. La paura dei droni e la percezione di un pericolo permanente possono produrre effetti anche quando l’operazione fallisce. Il bersaglio finale diventa così la fiducia nelle istituzioni, la coesione sociale e la credibilità della deterrenza: se prevalgono divisioni e senso di impotenza, l’avversario può ottenere un risultato senza dover ricorrere a un attacco convenzionale.
Costi più chiari per Mosca
Per Irdi l’Europa dovrebbe costruire una linea comune, nella quale ogni azione ostile comporti conseguenze riconoscibili e superiori ai vantaggi attesi da chi la compie. Il tema della sicurezza potrebbe diventare uno dei pochi ambiti in cui i Paesi membri sono spinti a superare le risposte frammentarie adottate finora.
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Tra gli strumenti ancora disponibili vengono indicati il settore energetico, gli attivi russi bloccati e il sostegno militare all’Ucraina attraverso armi e informazioni. Ciascuna opzione comporta difficoltà: ridurre la dipendenza energetica può avere ricadute sui cittadini europei, mentre l’eventuale confisca delle riserve russe solleva interrogativi giuridici e rischi politici. Anche il timore di un’escalation ha condizionato tempi e modalità degli aiuti occidentali a Kiev.
La discussione sugli asset congelati, secondo l’esperto, non deve essere letta come una scelta automaticamente valida per ogni altro Paese. La situazione russa viene considerata diversa perché legata all’invasione di uno Stato sovrano e a un conflitto protratto per quattro anni e mezzo. Resta però il problema di fondo: proprio le garanzie dello Stato di diritto, la necessità di ottenere consenso elettorale e la trasparenza delle decisioni possono rallentare le contromisure, diventando vulnerabilità sfruttabili dagli avversari.
Un possibile coordinamento europeo
Nel suo intervento sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, Ursula von der Leyen ha definito le minacce contro l’Europa “sempre meno ibride e sempre meno minacce” e ha proposto una strategia di sicurezza, un meccanismo d’emergenza collegato all’articolo 4 della Nato e un futuro Consiglio di sicurezza europeo.
Irdi considera quest’ultima proposta utile solo se accompagnata da poteri effettivi e dalla possibilità di assumere decisioni con conseguenze concrete. Un organismo limitato al confronto tra governi rischierebbe invece di aggiungere un altro tavolo senza risolvere la principale difficoltà dell’Unione: la riluttanza degli Stati membri a trasferire competenze quando sono in gioco la sicurezza nazionale e la sovranità.
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