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Cronaca 3 min di lettura42 min fa

Donazione, dolore, anemia: le tre urgenze che l’ospedale deve vedere

Dal congresso Siaarti Icare 2026 l’appello a intercettare subito condizioni decisive per cure, interventi chirurgici e trapianti

La fiducia delle famiglie può diventare decisiva quando si parla di donazione degli organi. Ascolto, presenza e parole comprensibili aiutano l’anestesista-rianimatore ad accompagnare i parenti verso una scelta consapevole, senza confondere il percorso della donazione con quello delle cure.

Nel 2025 l’Italia ha registrato 30,9 donatori deceduti ogni milione di abitanti, seconda in Europa soltanto alla Spagna e davanti alla Francia. I donatori utilizzati sono stati 1.760, mentre i trapianti hanno raggiunto quota 4.678, il dato più alto mai rilevato. Restano però oltre 8.400 persone in lista d’attesa e, secondo il Centro nazionale trapianti, le opposizioni hanno comportato circa 2.400 trapianti non realizzati.

Sono questi alcuni dei temi affrontati a Milano durante Icare 2026, l’80° congresso nazionale della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti), in programma fino a sabato 24 ottobre. La società scientifica ha presentato tre percorsi dedicati a condizioni che possono essere individuate dall’anestesista-rianimatore durante la valutazione preoperatoria, in pronto soccorso o in terapia intensiva.

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La donazione richiede tempi precisi

Individuare per tempo un possibile donatore consente di verificare la volontà espressa dalla persona e di attivare la collaborazione tra le strutture coinvolte. Nel 2025 la donazione a cuore fermo ha prodotto 428 donatori e 897 trapianti, pari a circa un quinto dell’attività legata ai donatori deceduti.

Marinella Zanierato, coordinatrice del percorso congressuale su donazione e trapianto e referente Siaarti per la Macroarea Nord, sottolinea che l’intervento prioritario resta sempre quello di salvare il paziente. «Le decisioni sulle cure restano sempre indipendenti dalla donazione», ha ribadito. Nelle aree con i risultati migliori, ha spiegato, la collaborazione tra emergenza, rianimazione e coordinamento dei prelievi si fonda su procedure condivise e operatori preparati.

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Correggere l’anemia prima dell’intervento

Un altro caso discusso al congresso riguarda un uomo di 72 anni, destinato a un’operazione addominale, al quale gli esami preoperatori rivelano un’anemia mai trattata. La condizione interessa circa il 30% delle persone prima di un intervento e può arrivare all’85% nel periodo successivo. Affrontare un’operazione con valori ematici non corretti aumenta il rischio di trasfusioni urgenti e di morte.

La gestione del sangue del paziente punta a diagnosticare e curare l’anemia prima dell’ingresso in sala operatoria, riservando gli emoderivati ai casi realmente necessari. Edoardo De Robertis, responsabile dell’Area culturale Anestesia e medicina perioperatoria Siaarti, riferisce che questo approccio riduce degenza, infezioni ospedaliere, infarti, ictus e mortalità, oltre a diminuire del 41% il ricorso ai prodotti del sangue. L’Italia è tra i pochi Paesi europei ad aver reso il programma obbligatorio per legge.


Il dolore non può aspettare

Nel pronto soccorso il rischio di sottovalutazione riguarda anche la sofferenza fisica. Una persona con una precedente dipendenza da oppioidi, ferita in un incidente stradale, può ricevere una terapia insufficiente per il timore di alimentare la dipendenza o per la difficoltà di stimare il fabbisogno analgesico. Silvia Natoli, responsabile dell’Area culturale Medicina del dolore e cure palliative Siaarti, indica invece un trattamento immediato, personalizzato, combinato e sottoposto a controllo.

La stessa attenzione serve all’anziano con frattura del femore. Nel caso esaminato a Icare, un uomo di 84 anni è caduto in ospedale mentre attendeva l’intervento, che le indicazioni Siaarti raccomandano entro 48 ore. Un dolore non controllato può aggravare il carico su cuore e reni, già vulnerabili, e favorire il delirium; per questo sono indicati blocchi anestetici precoci, capaci di ridurre il ricorso agli oppioidi. Il problema può proseguire dopo la terapia intensiva, quando spesso manca un collegamento chiaro tra reparto, terapia del dolore, medico di famiglia e servizi dedicati alle dipendenze.

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