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Cronaca 3 min di lettura1 ora fa

Digitale e proteste, l’allarme di Morcellini: “Contagio sottovalutato”

Il sociologo riflette sul ruolo della tecnologia, sulla formazione dei più giovani e sulle responsabilità attribuite al ricercatore Youssef Siher

La trasformazione digitale non si limita a modificare abitudini e strumenti: secondo Mario Morcellini sta incidendo anche sui processi mentali e sulla formazione dei più giovani. Il sociologo richiama in particolare il fenomeno del disapprendimento, cioè la perdita di conoscenze già acquisite, e lo considera una delle chiavi per comprendere le proteste che stanno portando in piazza ragazzi e adolescenti.

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La tecnologia cambia anche ciò che sappiamo

Morcellini sostiene che l’intelligenza artificiale renda ancora più evidente una tendenza già prodotta dal digitale: non soltanto l’acquisizione di nuove informazioni, ma anche l’indebolimento di quelle apprese in precedenza. A suo giudizio, questo effetto è stato trascurato persino dagli studiosi e contribuisce a spiegare la fragilità culturale di una parte delle nuove generazioni.

“È il contrario dell’apprendimento”, osserva il sociologo, descrivendo una formazione che non avrebbe fornito strumenti adeguati per affrontare una società in rapido mutamento. Nel suo ragionamento, scuola, libri, cultura e riconoscimento reciproco sembrano avere perso centralità rispetto agli stimoli provenienti dagli ambienti digitali, capaci di offrire immagini continuamente eccitanti e gratificanti.


Il peso dell’effetto contagio

La diffusione delle proteste tra giovani e giovanissimi viene collegata anche alla capacità delle reti digitali di amplificare idee e comportamenti. Morcellini avverte che non si tratta di una semplice influenza tra individui: la risonanza tecnologica può contribuire a generare condotte nuove, difficili da prevedere con i tradizionali strumenti di analisi sociale.

Il sociologo ammette che anche la sua categoria professionale abbia sottovalutato in passato questa dinamica. A suo avviso, chi studia fenomeni sociali dovrebbe valutare gli effetti delle proprie azioni nel momento stesso in cui interviene, soprattutto quando entra in contatto con gruppi giovanili particolarmente sensibili alla forza di attrazione del digitale.


Le responsabilità attribuite a Siher

In questo quadro si inserisce il giudizio su Youssef Siher, ricercatore di 30 anni indicato come la mente del Movimento 17 ottobre. Morcellini considera ambivalente il profilo dell’uomo: da una parte gli riconosce il merito di essersi avvicinato a una realtà generazionale rimasta largamente incomprensibile agli osservatori; dall’altra ritiene molto grave non aver ponderato le possibili conseguenze della sua iniziativa.

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“Si è inoltrato su territori ignoti alla ricerca”, afferma il fondatore della facoltà di Scienze della comunicazione alla Sapienza, precisando però che l’attenzione verso il suo percorso non equivale ad approvazione. Il sociologo aggiunge che, in assenza di eventuali interessi economici, l’esplorazione di quel mondo può essere oggetto di studio, ma non cancella le responsabilità legate agli effetti prodotti.


Il ricercatore senza una rete

Secondo Morcellini, una parte del problema potrebbe dipendere dall’isolamento accademico di Siher. L’assenza di un maestro o di un ambiente scientifico capace di offrire osservazioni critiche, correzioni e indicazioni avrebbe lasciato il ricercatore senza un confronto adeguato prima che la sua azione producesse conseguenze pubbliche.

Il sociologo legge inoltre nella vicenda una forma di egocentrismo professionale: la convinzione di trovarsi davanti a un fenomeno mai esplorato e di averlo compreso prima degli altri avrebbe favorito una sopravvalutazione della propria posizione. Da qui, secondo la sua analisi, sarebbe derivata l’incapacità di considerare contemporaneamente il valore della ricerca e i suoi possibili effetti etici.


Il carisma che mobilita i giovani

Morcellini attribuisce un ruolo rilevante anche al carisma esercitato da Siher su giovani e giovani adulti. Il linguaggio del nuovo mondo digitale può alimentare la sensazione di appartenere a un’avanguardia capace di interpretare il futuro, anche quando i fenomeni osservati non sono del tutto inediti.

“È troppo tardi dopo”, sottolinea il sociologo, riferendosi alla necessità di interrogarsi sulle conseguenze prima di agire e non quando gli effetti sono ormai diventati evidenti. Nella sua ricostruzione, l’entusiasmo per una materia percepita come incandescente avrebbe finito per oscurare proprio il dovere di cautela richiesto a chi conduce una ricerca su gruppi sociali vulnerabili.

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