Caso Rossi, il dettaglio che riapre i dubbi sui nomi
Una condanna per calunnia tra i nuovi elementi citati riaccende le contestazioni sulle rivelazioni della Commissione parlamentare
Una condanna per calunnia risalente al 2002 coinvolgerebbe uno dei testimoni ascoltati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi. Il particolare, riportato oggi dal Fatto, si aggiunge alle perplessità già emerse sui nomi indicati pubblicamente e sulla solidità degli elementi raccolti.
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Le carte alimentano nuovi dubbi
La ricostruzione presentata dal presidente Gianluca Vinci si basa, secondo quanto riferito, su informazioni raccolte dai consulenti della Commissione durante alcuni colloqui con persone detenute. I documenti diffusi, due verbali di sommarie informazioni e un’annotazione di polizia giudiziaria, contengono numerosi omissis.
Nei testi si parla di una presunta aggressione che avrebbe dovuto avere carattere intimidatorio, con il possibile coinvolgimento di più persone vicine al mondo del calcio storico fiorentino. Compaiono inoltre riferimenti alla ’ndrangheta, a movimentazioni finanziarie e alla capacità attribuita a Rossi di trasferire fino a 50 milioni di euro con un solo “click”.
La famiglia chiede prudenza
Le informazioni rese note hanno provocato la reazione della famiglia di David Rossi. Carolina Orlandi, figlia del manager, ha contestato sia la scelta di rendere pubblici i nomi sia il momento in cui è avvenuta la divulgazione: «Non comprendiamo davvero perché siano stati fatti nomi e cognomi in questa fase di indagine».
La famiglia sostiene di avere ricevuto soltanto elementi frammentari, insufficienti per ricostruire una versione coerente degli avvenimenti. L’avvocato Carmelo Miceli, che assiste Carolina Orlandi e Antonella Tognazzi, aveva riconosciuto il lavoro svolto dalla Commissione, ma aveva anche espresso preoccupazione per il rischio di una condanna mediatica e sollecitato l’esame delle risultanze da parte di una Procura della Repubblica.
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Nel mirino la gestione della Commissione
La vicenda è esplosa dopo la conferenza stampa tenuta lunedì a Roma da Gianluca Vinci. In quell’occasione il presidente aveva indicato Giuseppe Mussari, ex presidente di Mps e amico di lunga data dell’allora responsabile della comunicazione della banca senese, come possibile mandante. Tra i nomi citati figurava anche Gabriele Ceccherelli, ex giocatore del Calcio storico fiorentino, descritto come possibile organizzatore dell’azione.
La tesi riferita da Vinci attribuirebbe a Mussari il desiderio di seguire direttamente l’operazione, ritenendo di poter proteggere Rossi. Il presidente ha collegato queste ipotesi agli elementi raccolti nei colloqui con i detenuti, ma i documenti pubblicati non consentono, allo stato, di considerare accertate le responsabilità.
Il Pd contesta i toni pubblici
Marco Lacarra, Emiliano Fossi e Andrea Rossi, parlamentari del Pd presenti nella Commissione, hanno criticato la conduzione dei lavori. Nel mirino sono finite prima la diffusione di informazioni riservate, della cui origine non sarebbe stata chiarita la provenienza, e poi la divulgazione televisiva di nomi e responsabilità ancora da verificare.
I tre esponenti dem contestano anche la partecipazione dello stesso Vinci alla trasmissione che aveva diffuso quelle notizie. A loro giudizio, l’organismo parlamentare non può assumere il ruolo di un tribunale né sostituire le verifiche giudiziarie con anticipazioni pubbliche: «La ricerca della verità su David Rossi» non deve «piegarsi alle regole dello show business». Le informazioni raccolte, sostengono, dovrebbero essere inviate alle procure competenti per gli accertamenti necessari.
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