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Cronaca 2 min di lettura29 set

Caso Regeni, l’Appello parte in salita: il nodo della procura speciale

Le difese degli agenti egiziani valutano le prossime mosse, mentre la Procura di Roma aspetta le motivazioni e resta aperta l’ipotesi di un nuovo passaggio alla Consulta.

Il futuro del processo per la morte di Giulio Regeni dipende ora anche da un requisito procedurale: per impugnare la sentenza, le difese degli imputati assenti potrebbero dover presentare una procura speciale. La questione, introdotta dalla riforma Cartabia, rischia di diventare il primo ostacolo sulla strada dell’Appello e potrebbe riaprire il confronto sulla costituzionalità della norma.


Le difese valutano il ricorso

La Prima Corte d’Assise di Roma ha inflitto dieci anni di reclusione a tre agenti egiziani per il sequestro del ricercatore friulano, rapito, torturato e ucciso in Egitto nel 2016. Sono stati condannati i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif; il generale Tariq Sabir è stato invece assolto.

La sentenza non ha riconosciuto le accuse di omicidio e lesioni, né alcune aggravanti. Per i difensori d’ufficio, che rappresentano imputati mai comparsi in aula, resta quindi da capire come superare il vincolo della procura speciale, la cui mancanza può rendere inammissibile l’impugnazione. Tra le possibilità c’è anche la contestazione dell’ordinanza con cui era stata dichiarata l’assenza degli imputati.


La Consulta può tornare in campo

Qualora il problema venisse portato davanti alla Corte d’Appello, le difese potrebbero chiedere ai giudici di sottoporre alla Corte costituzionale la disposizione che impedisce di presentare appello senza una procura specifica quando l’assenza dell’imputato dipende dalla mancata collaborazione di uno Stato straniero.

Un precedente esiste già. Nel 2023 la Consulta aveva sbloccato il procedimento, dopo che la Procura di Roma aveva sollevato una questione di legittimità costituzionale sulla disciplina allora applicata. In quella decisione, la Corte aveva osservato che lasciare indefinitamente fermo un processo per torture commesse da pubblici agenti «non è accettabile, per diritto costituzionale interno, europeo e internazionale».

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Motivazioni e prescrizione pesano

La Procura di Roma non ha ancora deciso se ricorrere: prima dovrà esaminare le motivazioni della sentenza. L’esito potrebbe orientare le iniziative dell’accusa soprattutto alla luce dei reati non riconosciuti dalla Corte.

La qualificazione del fatto come sequestro comporta infatti un termine di prescrizione fissato in 12 anni. Per le contestazioni cadute, invece, i tempi potrebbero essere più brevi, un elemento che rende particolarmente rilevante la valutazione delle motivazioni e delle eventuali impugnazioni.


Danni ed estradizione restano aperti

Un capitolo distinto riguarda le somme provvisionali stabilite dai giudici romani. Tra queste figura l’importo di 150mila euro destinato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, costituita parte civile nel procedimento.

Per ottenere il pagamento dall’Egitto potrebbe muoversi l’Avvocatura dello Stato. L’eventuale richiesta di estradizione degli imputati e l’esecuzione della pena, invece, potranno essere affrontate soltanto quando la sentenza sarà diventata definitiva.

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