8.000Lettori online ora
Cronaca 2 min di lettura6 ore fa

Caso Lucarelli, la Procura insiste: assoluzioni da rifare in appello

La Procura generale di Milano ha portato il caso in Cassazione dopo il verdetto che aveva cancellato le condanne per cinque imputati

La vicenda giudiziaria che coinvolge Mattia Lucarelli, Federico Apolloni e altri tre giovani non è conclusa. La Procura generale di Milano ha presentato ricorso in Cassazione contro la decisione con cui la Corte d’Appello milanese aveva assolto tutti gli imputati dall’accusa di violenza sessuale ai danni di una studentessa statunitense di 22 anni.

L’iniziativa del sostituto procuratore generale Massimo Gaballo punta a ottenere l’annullamento delle assoluzioni e la celebrazione di un nuovo processo davanti alla Corte d’Appello. I fatti contestati risalgono alla notte tra il 26 e il 27 marzo 2022.


La Procura contesta il ribaltamento

Il ricorso arriva dopo la sentenza del 23 aprile, con la quale i giudici di secondo grado avevano assolto con formula piena Lucarelli, 26 anni e figlio dell’ex attaccante del Livorno Cristiano, Apolloni, suo coetaneo, e i loro tre amici. La decisione aveva cancellato le pene stabilite in primo grado con rito abbreviato.

Le condanne erano state fissate in 3 anni e 7 mesi per Lucarelli e Apolloni, in 2 anni e 8 mesi per un altro imputato e in 2 anni e 5 mesi per ciascuno degli altri due. Per la Procura, la ricostruzione accusatoria avrebbe dovuto essere confermata, mentre ora spetterà alla Cassazione valutare le contestazioni mosse alla pronuncia d’appello.


Il nodo è il consenso della ragazza

Nelle motivazioni dell’assoluzione, la Corte d’Appello aveva giudicato «fragile e non adeguatamente corroborata» l’ipotesi secondo cui i cinque avrebbero esercitato una pressione indiretta sulla studentessa, approfittando di una sua ridotta capacità di reazione. La giovane, secondo i giudici, aveva assunto alcol, ma non si trovava in condizioni di totale obnubilamento.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Il punto centrale della sentenza era l’assenza di prove su un’azione concreta capace di condizionare la volontà della ragazza. Da qui, secondo la Corte, sarebbe venuto meno un passaggio essenziale dell’impianto dell’accusa: la dimostrazione che il consenso fosse stato alterato attraverso una condotta di induzione.


Dal primo verdetto agli arresti

La lettura del primo giudice era stata opposta. Nelle motivazioni depositate nel settembre 2024, il giudice dell’udienza preliminare Roberto Crepaldi aveva descritto una «azione collettiva, volta a carpire il consenso» della studentessa a rapporti sessuali con più persone, nonostante la consapevolezza del suo stato di alterazione.

L’inchiesta era stata svolta dalla Polizia sotto il coordinamento della pm Alessia Menegazzo e aveva incluso un incidente probatorio, utilizzato per raccogliere e fissare la versione della ragazza dopo la denuncia. Nel gennaio 2023 erano inoltre scattati gli arresti domiciliari per gli imputati, poi condannati in primo grado.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere