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Cronaca 3 min di lettura1 ora fa

Cancro pancreatico, la terapia da 40mila dollari al mese: cosa offre davvero

Il daraxonrasib è già disponibile negli Stati Uniti, ma in Europa manca ancora l’autorizzazione: l’oncologa chiarisce costi, limiti e possibilità di accesso

Quarantamila dollari per un solo mese di trattamento e nessuna garanzia di risoluzione della malattia. È il principale nodo legato al daraxonrasib, la terapia scelta negli Stati Uniti dal conduttore radiofonico Max Parisi dopo aver saputo di non avere più opzioni disponibili. Il farmaco può frenare l’avanzata del tumore in alcuni pazienti, ma non costituisce una cura definitiva.


Il farmaco resta fuori dal sistema pubblico

Negli Stati Uniti il daraxonrasib ha ricevuto l’autorizzazione della Food and Drug Administration (Fda) il 26 agosto ed è quindi impiegabile nella pratica clinica americana. Chi vi ricorre, tuttavia, deve sostenerne il prezzo personalmente oppure affidarsi alla copertura prevista dalla propria assicurazione sanitaria.

In Italia e negli altri Paesi europei la situazione è diversa. L’Ema sta ancora esaminando i dati e l’azienda produttrice non ha presentato la domanda necessaria per la commercializzazione: per questo il medicinale non può essere prescritto e rimborsato dal servizio sanitario pubblico. L’acquisto diretto è possibile, ma resta interamente a carico del paziente.

Chiara Cremolini, oncologa, docente all’Università di Pisa e componente del direttivo dell’Aiom, ha spiegato che l’eventuale accesso precoce attraverso un programma di uso compassionevole non è oggi disponibile in Europa. Ai primi di settembre l’Aiom ha chiesto alla casa farmaceutica di attivare un percorso di questo tipo e di avviare un confronto con Aifa; in seguito, sulla questione sono state presentate anche interrogazioni parlamentari trasversali.


Benefici possibili, ma nessuna certezza

Secondo Cremolini, il trattamento può rallentare la progressione della malattia e allungare la sopravvivenza in una parte dei pazienti, senza però eliminare il tumore. «Il prezzo attuale, circa 40mila dollari per un mese di terapia, non è sostenibile», ha osservato l’oncologa, ricordando che il trattamento dovrebbe proseguire finché mantiene la sua efficacia.

Se il farmaco non produce risultati, la spesa può comunque diventare enorme: in genere servono almeno 2 mesi per capire se la terapia sta funzionando. Cremolini ha inoltre messo in guardia dal rischio che pazienti e familiari arrivino a indebitarsi per una cura non risolutiva, definendo non etico chiedere a una persona malata di affrontare costi simili.

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La specialista ha comunque riconosciuto il valore scientifico del daraxonrasib e il passo avanti rappresentato per questa patologia. La possibilità terapeutica, però, non va confusa con una soluzione conclusiva: «Rispetto la sua decisione e non voglio sminuire il valore del farmaco, ma non è una soluzione definitiva».


La scelta di Max Parisi

La vicenda è emersa dopo il racconto pubblico di Max Parisi, che il 31 luglio aveva ricevuto dai medici la comunicazione dell’assenza di ulteriori trattamenti disponibili. Dopo l’autorizzazione americana del 26 agosto, il conduttore ha deciso di volare negli Stati Uniti per tentare la nuova terapia.

«Avevo un mese di vita, sono volato in America per provare un nuovo farmaco contro il tumore al pancreas. Ora forse arriverò a Natale», aveva raccontato Parisi, spiegando di voler trascorrere con la famiglia il tempo che gli resta. Cremolini ha detto di rispettare la sua scelta, pur ribadendo che i possibili benefici non equivalgono a una guarigione.


L’appello collegato a Paola Marella

Nel settembre 2026, in occasione del secondo anniversario della morte di Paola Marella, il marito ha rivolto un appello pubblico prendendo spunto dalla storia di Rachele Cavani. La ragazza aveva scritto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere sostegno alle cure della madre.

Il riferimento è stato inserito nel dibattito nato intorno all’accesso alle terapie e alle difficoltà economiche che possono accompagnare le malattie gravi. Nel caso del daraxonrasib, il costo mensile e l’assenza di un rimborso pubblico restano gli ostacoli principali.

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