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Cronaca 4 min di lettura13 ott

Brevetti e AI, il nodo della sovranità: cosa teme Santarelli

L’intelligenza artificiale accelera l’analisi, ma non può rimpiazzare fonti, informatori e presenza sul campo: il vero limite resta l’accesso ai segreti.

Il confine più delicato non riguarda soltanto ciò che l’intelligenza artificiale è in grado di analizzare, ma anche ciò che può finire nei suoi sistemi. Per Marco Santarelli, analista investigativo, l’esposizione di brevetti, codici e conoscenze riservate può trasformarsi in una questione di sicurezza nazionale quando coinvolge difesa, energia o telecomunicazioni.

Santarelli considera necessario discutere anche la tutela dei brevetti strategici, senza però intendere un blocco della ricerca o dell’innovazione. Il tema, nella sua prospettiva, è stabilire quali tecnologie abbiano un valore tale da richiedere una protezione specifica e da sottrarre a un uso privo di controlli.

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La sovranità passa dalla tecnologia

La competizione nel cyberspazio, secondo l’analista, non è più riconducibile alla figura dell’hacker isolato che agisce con strumenti rudimentali. La capacità di attacco e quella di difesa dipendono sempre più da infrastrutture costose, potenza di calcolo e risorse professionali, elementi che concentrano le competenze avanzate nelle mani di soggetti dotati di mezzi adeguati.

Da qui nasce il problema della sovranità tecnologica. Pubbliche amministrazioni, forze dell’ordine e strutture essenziali devono conoscere l’origine degli strumenti impiegati, i loro produttori e le dipendenze che possono generare. Santarelli ritiene quindi che il Golden Power debba concentrarsi non soltanto sul controllo societario, ma anche sulle tecnologie decisive e sulle filiere da cui dipendono.

L’impiego disattento delle piattaforme di intelligenza artificiale può inoltre mettere a rischio informazioni industriali, formule, software e competenze proprietarie. Quando tali dati riguardano comparti sensibili, una vulnerabilità aziendale può assumere una portata molto più ampia.


Un’unica intelligence europea resta lontana

La prospettiva di un apparato europeo centralizzato appare politicamente suggestiva, ma difficile da realizzare sul piano operativo. Ogni servizio nazionale gestisce dati classificati attraverso responsabilità, procedure e livelli di accesso specifici; trasferire quelle informazioni a una struttura comune significherebbe superare ostacoli legati soprattutto alla fiducia.

Il punto decisivo, per Santarelli, è capire quali Paesi sarebbero davvero pronti a mettere a disposizione fonti, reti operative e informazioni riservate. «L’intelligence vive anche di segreti che uno Stato considera propri», osserva, sottolineando la distanza tra cooperazione e cessione completa delle proprie capacità.

Nel breve periodo appare più praticabile una collaborazione rafforzata tra apparati nazionali, concentrata su obiettivi condivisi. Finanziamento del terrorismo, flussi economici oltreconfine, criptovalute e minacce informatiche sono alcuni dei settori nei quali lo scambio può crescere, mentre gruppi ristretti fondati su rapporti consolidati sembrano più realistici di un unico servizio europeo.

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L’AI accelera, l’uomo resta indispensabile

L’intelligenza artificiale ha reso accessibili a un pubblico molto più vasto attività che in precedenza richiedevano programmi specializzati, competenze dedicate e tempi lunghi. Può confrontare fonti pubbliche, ricostruire collegamenti e delineare profili in pochi istanti, ma questa capacità non coincide automaticamente con lo spionaggio.

L’analisi delle fonti aperte, la business intelligence e la due diligence appartengono a piani diversi rispetto a raccolta clandestina e controspionaggio. Un sistema può individuare relazioni tra individui e imprese, ma non stabilire da solo se una persona sia stata inserita in un’organizzazione per sottrarre un brevetto.

Per arrivare a informazioni di questo tipo servono ancora informatori, contatti costruiti nel tempo e presenza fisica nei luoghi d’interesse. «Più cresce la tecnologia, più l’intelligence deve conservare una rete informativa umana», afferma Santarelli, indicando in porti strategici, cavi sottomarini e impianti industriali alcuni degli ambienti nei quali l’osservazione diretta rimane decisiva.


Dati sintetici e realtà da verificare

La crescita dell’automazione non elimina il problema dell’attendibilità, anzi può renderlo più complesso. Immagini alterate, ricostruzioni orientate e contenuti prodotti artificialmente aumentano il rischio di scambiare per autentica una rappresentazione costruita.

Per questo l’intelligence deve esaminare anche la provenienza di un’informazione e gli interessi di chi la diffonde. L’AI può funzionare come strumento di confronto, controllo e aggregazione, ma non sostituisce il giudizio necessario per valutare contesto, intenzioni e affidabilità.

Il salto rispetto alla prima stagione dei social network sta proprio nel passaggio dalla semplice raccolta alla capacità di correlare enormi quantità di dati. Le informazioni su gusti, abitudini e comportamenti sono già state accumulate; oggi i sistemi automatizzati possono organizzarle in modelli più articolati, rapidamente e con una visibilità ridotta per l’utente.

Anche le vicende interne alle aziende tecnologiche, come quella legata ad Anthropic e alle dimissioni del ricercatore Jacob Coxon, vanno lette non solo per il loro contenuto tecnico. Secondo Santarelli, conta anche il modo in cui una crisi viene raccontata e l’attenzione che riesce a concentrare sui rischi dei sistemi più avanzati.

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