Brandizzo, la rabbia dei familiari: il processo visto dagli schermi
Dopo tre anni dall’inchiesta, i parenti delle cinque vittime contestano le modalità della prima udienza nel tribunale di Ivrea
«Abbiamo aspettato tre anni e non possiamo nemmeno vedere in faccia i colpevoli. Ci aspettavamo di più. È una situazione vergognosa». Antonino Laganà ha lasciato così il palazzo di giustizia di Ivrea, al termine della prima udienza per la strage di Brandizzo.
Il fratello Kevin, il più giovane tra i cinque operai morti, ha contestato soprattutto l’organizzazione dell’udienza e l’impossibilità, per i familiari, di seguire il procedimento in presenza.
Le famiglie separate dagli schermi
Massimo Laganà, padre di Kevin, ha spiegato che i parenti avevano chiesto uno spazio abbastanza grande da permettere a tutti di assistere insieme e di guardare direttamente le persone coinvolte nel processo. Invece, la carenza di posti ha imposto il ricorso a collegamenti audiovisivi.
«Avevamo richiesto un’aula dove potevamo esserci tutti, almeno per guardare in faccia le persone. Qui ci vediamo attraverso uno schermo, come se fossimo collegati da casa», ha detto il padre della vittima. La sua critica non è stata rivolta ai magistrati di Ivrea, ma ai livelli superiori, accusati di non aver sostenuto adeguatamente la procura e il tribunale.
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Un’attesa lunga tre anni
La prima udienza arriva dopo un’attesa che i familiari hanno vissuto con forte partecipazione e difficoltà. Per Antonino Laganà, però, il momento atteso non ha restituito neppure la possibilità di incontrare visivamente gli imputati.
All’uscita dal tribunale, il fratello di Kevin ha definito inaccettabili le condizioni predisposte per il procedimento. La protesta dei parenti si è quindi concentrata non soltanto sull’avvio del processo, ma anche sugli spazi messi a disposizione per seguirlo.
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