Borsellino, lo scontro su Dell’Utri: la decisione che può riaprire il caso
Nel procedimento sulla possibile responsabilità per la strage di via D’Amelio, i legali dei familiari del magistrato sostengono tesi opposte davanti al giudice di Caltanissetta.
Il punto più delicato dell’udienza di Caltanissetta è il contrasto tra i familiari di Paolo Borsellino: da una parte Salvatore, che chiede nuove verifiche sull’eventuale ruolo di Marcello Dell’Utri; dall’altra i tre figli del magistrato, rappresentati da Fabio Trizzino, che giudicano non credibile un suo coinvolgimento nella strage di via D’Amelio. Il giudice Santi Bologna deve ora decidere se accogliere la richiesta di archiviazione oppure disporre ulteriori accertamenti.
Due tesi opposte davanti al giudice
L’avvocato Fabio Repici, che assiste Salvatore Borsellino, ha contestato il lavoro svolto dalla Procura di Caltanissetta. Secondo la sua ricostruzione, non sarebbero stati esaminati in modo adeguato documenti, testimonianze e materiali già presenti in altri fascicoli, compresi quelli delle inchieste fiorentine sulle stragi del 1993.
Repici ha sostenuto che, nel luglio 1992, Dell’Utri fosse già impegnato in un progetto politico destinato a portare Silvio Berlusconi al governo. A suo giudizio, la diffusione dell’intervista rilasciata da Borsellino pochi mesi prima avrebbe potuto ostacolare quell’iniziativa, soprattutto dopo l’assassinio di Giovanni Falcone e l’ondata di indignazione seguita alla strage di Capaci.
Il legale ha però precisato che questa impostazione non equivale ad affermare la responsabilità penale di Dell’Utri. La sua posizione è che, senza ascoltare i testimoni ancora disponibili e senza acquisire gli atti già noti, non sia possibile arrivare a una ricostruzione completa dei fatti.
Trizzino respinge il collegamento
Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino e difensore dei tre figli del magistrato, ha invece aderito alle conclusioni della Procura con una presa di posizione molto netta. In aula ha parlato di «implausibilità assoluta» di un coinvolgimento di Dell’Utri e Berlusconi nell’organizzazione e nell’esecuzione degli attentati contro Falcone e Borsellino.
Secondo Trizzino, l’intervista del 21 maggio 1992 sarebbe stata alterata in modo grave, fino a modificare il senso delle parole pronunciate da Paolo Borsellino. Il legale ha inoltre ricordato che, sulla scrivania del magistrato, non risultavano atti riguardanti direttamente Berlusconi o Dell’Utri, mentre erano presenti elementi relativi all’indagine mafia-appalti e ad altri soggetti.
«Borsellino non era infallibile», ha affermato Trizzino durante l’udienza, sostenendo che il magistrato avrebbe attribuito a Palermo un’indagine su Dell’Utri e Berlusconi che, a suo dire, non esisteva. La dichiarazione assume particolare rilievo perché Trizzino parla anche a nome di Lucia, Manfredi e Fiammetta Borsellino, rispettivamente di 57, 54 e 53 anni.
L’intervista al centro dell’inchiesta
Il procedimento ruota intorno a un colloquio concesso da Paolo Borsellino ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo il 21 maggio 1992. In quella conversazione il magistrato parlò dei rapporti tra Vittorio Mangano, indicato come figura vicina a Cosa nostra a Milano, e gli ambienti di Dell’Utri e Berlusconi.
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Il contenuto dell’intervista rimase sconosciuto in Italia fino all’8 aprile 1994, quando fu pubblicato da L’Espresso. Nel frattempo, il 23 maggio 1992, Giovanni Falcone era stato ucciso a Capaci insieme alla moglie e a tre uomini della scorta; il 19 luglio dello stesso anno una bomba in via D’Amelio aveva provocato la morte di Borsellino e dei cinque agenti incaricati di proteggerlo.
La pubblicazione arrivò dopo le elezioni del 27 e 28 marzo 1994, vinte da Berlusconi e Dell’Utri con Forza Italia. Da qui nasce l’interrogativo centrale dell’indagine: se le parole di Borsellino fossero state conosciute prima, avrebbero potuto incidere sul progetto politico allora in costruzione?
Perché la Procura chiede l’archiviazione
L’indagine è stata avviata d’ufficio dopo una riunione di coordinamento tra procure, seguita alla valutazione di alcune conversazioni carcerarie attribuite a Giuseppe Graviano. Il boss, condannato all’ergastolo per il ruolo nelle stragi, è considerato uno degli elementi all’origine degli approfondimenti su possibili mandanti esterni.
Il 15 giugno 2026, davanti al giudice per l’udienza preliminare di Caltanissetta, il pubblico ministero Pasquale Pacifico ha confermato la richiesta di archiviazione. Per l’accusa non emergerebbe un legame tra l’accelerazione dell’attentato di via D’Amelio e gli interessi della Fininvest nell’acquisizione del materiale filmato dell’intervista.
La Procura osserva infatti che le trattative per ottenere quel girato risalirebbero al 1998, sei anni dopo la strage. Dell’Utri, già condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e uscito dal carcere nel 2019, resta comunque l’unico indagato nel procedimento dopo la morte di Silvio Berlusconi.
Il nodo dell’agenda rossa
Nel confronto tra le diverse ricostruzioni è emerso anche il tema dell’agenda rossa di Borsellino. Non è possibile sapere con certezza quali annotazioni contenesse sull’attentato di Capaci, perché il diario scomparve dopo la strage di via D’Amelio e, secondo quanto riportato nel procedimento, sarebbe stato sottratto da funzionari dello Stato mai identificati.
Questa circostanza alimenta le richieste di ulteriori verifiche avanzate dalla parte che si oppone all’archiviazione. Al momento, tuttavia, Santi Bologna non ha ancora stabilito se chiudere il fascicolo o imporre nuovi approfondimenti investigativi.
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