A Busto Arsizio, Insenga incontra i condannati per Livatino
Il cugino del magistrato ha incontrato Salvatore Calafato e Paolo Amico nel percorso di giustizia riparativa
A Busto Arsizio, giovedì 29 ottobre, Salvatore Insenga si è confrontato con Salvatore Calafato e Paolo Amico, condannati all’ergastolo per l’omicidio di Rosario Livatino.
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Il perdono secondo Insenga
Durante l’incontro, il cugino del giudice assassinato ha ribadito che la violenza non può chiudere ogni possibilità di cambiamento. Ha inoltre auspicato una celebrazione comune nella chiesa di Santa Chiara, a Canicattì, come ulteriore momento di preghiera.
Insenga, che aveva vent’anni quando Livatino fu ucciso, ha ricordato il dolore e la rabbia attraversati dopo il delitto. Rivolgendosi ai due detenuti, ha detto: «Il perdono ha liberato me e spero che possa liberare anche voi».
Le parole di Paolo Amico
Paolo Amico ha spiegato di aver pensato a lungo alla richiesta di perdono dopo avere ascoltato le parole pronunciate dai genitori del magistrato. All’epoca, però, la cultura mafiosa e il silenzio imposto dall’omertà gli avevano impedito di compiere quel passo.
Oggi Amico considera Livatino una guida sul piano spirituale, non più l’avversario che gli veniva indicato in passato. Nel corso del colloquio ha ringraziato Insenga e gli ha rivolto nuovamente le proprie scuse, sostenendo che «Nessuna persona è perduta per sempre».
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La presa di coscienza di Calafato
Anche Salvatore Calafato ha parlato della propria responsabilità nell’assassinio. Ha raccontato che il dolore visibile nei genitori di Livatino e il peso della colpa lo hanno spinto verso un percorso di consapevolezza e conversione.
Calafato ha riconosciuto di avere ucciso un rappresentante dello Stato, colpito la magistratura e causato sofferenza alle famiglie. Secondo il suo racconto, la figura di Livatino ha contribuito alla trasformazione maturata negli anni.
Un percorso di riconciliazione
L’incontro si è svolto nell’ambito della giustizia riparativa. Insenga ha però proposto una definizione diversa, parlando di un cammino orientato soprattutto alla pacificazione tra le persone coinvolte.
Il cugino del giudice ha descritto la preghiera come il passaggio che gli ha permesso di liberarsi dal rancore, paragonando l’odio a una prigione priva di mura. Nel congedarsi, ha aggiunto: «Un colpo di pistola non può essere l’ultima parola».
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