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Cronaca 4 min di lettura4 ore fa

95 milioni partiti da WhatsApp: il raggiro che ha travolto Fideuram

Un falso dirigente, documenti contraffatti e tre giorni di bonifici hanno portato quasi 100 milioni verso conti esteri, prima che scattassero i blocchi

Quasi 95,18 milioni di euro sono stati trasferiti in appena tre giorni dopo un contatto su WhatsApp con un falso Carlo Messina. La vittima del raggiro non era un risparmiatore inesperto, ma Paolo Molesini, allora presidente di Fideuram, coinvolto in una sofisticata operazione costruita sfruttando nomi reali, documenti apparentemente autentici e la pressione della segretezza.

Una parte del denaro è stata recuperata o congelata dopo l’allarme lanciato da Banco BPI. Molesini, tuttavia, ha lasciato l’incarico. La ricostruzione dell’accaduto compare in un decreto di sequestro del Tribunale di Milano e mostra quanto una frode fondata sulla manipolazione psicologica possa colpire anche strutture finanziarie di primo livello.


Il denaro si è mosso in tre giorni

Il primo ordine di pagamento risale al 23 febbraio 2026: 4,98 milioni di euro vengono indirizzati a una società portoghese, Vertentarticulada, con un conto presso Banco BPI. Il giorno seguente partono altri sei bonifici verso imprese portoghesi, mentre il 25 febbraio quattro trasferimenti destinati a Goldspring portano 42,565 milioni di euro su un conto della Bank of China a Hong Kong.

L’istituto portoghese segnala le operazioni come sospette proprio il 25 febbraio, a soli due giorni dall’avvio del contatto. Fideuram riesce così a ottenere la restituzione dei 42,565 milioni inviati a Hong Kong e a bloccare amministrativamente altri 13,1 milioni ancora depositati presso Banco BPI. Restano però da rintracciare circa 39,5 milioni, passati rapidamente tra conti esteri, servizi di pagamento e piattaforme per la conversione in criptovalute.


La falsa acquisizione convince i dirigenti

L’inganno prende forma il 23 febbraio, quando Molesini riceve un messaggio da una persona che si presenta come Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, gruppo di cui Fideuram costituisce il comparto dedicato alla consulenza finanziaria e alla clientela privata. Il numero non coincide con quello conosciuto dal presidente, ma il linguaggio familiare e i riferimenti ai rapporti interni rendono credibile la comunicazione.

Il falso dirigente parla di un’acquisizione urgente di una banca internazionale e sostiene che l’operazione debba restare riservata, con Fideuram incaricata di gestire i pagamenti. A rafforzare la messinscena interviene un secondo impostore, che utilizza il nome dell’avvocato Paolo Nastasi, realmente associato allo studio A&O Shearman. L’uomo invia un accordo di riservatezza, una procura che sembra provenire dai vertici di Intesa Sanpaolo e undici disposizioni di pagamento su carta intestata allo studio.

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La frode coinvolge anche Dario Tramarin, responsabile della finanza e della tesoreria di Fideuram. Un ulteriore messaggio, inviato da chi finge di essere l’amministratore delegato della società, lo informa in anticipo che Molesini gli avrebbe richiesto bonifici urgenti e confidenziali. Quando la richiesta arriva davvero dal presidente, Tramarin la considera quindi coerente con l’avviso ricevuto.


Un sospettato e una rete ancora da chiarire

Nel decreto l’unica persona identificata è un cittadino israeliano di 48 anni. Gli investigatori lo hanno collegato ai movimenti in criptovalute: almeno 4.260 dollari sarebbero transitati nella sua disponibilità e poi su un conto del casinò in rete Stake.com intestato a lui. La somma è minima rispetto all’importo complessivo e resta da stabilire se l’uomo controllasse effettivamente quel conto e quale parte abbia avuto nell’operazione.

Il suo nome compare anche negli archivi del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, associato a una precedente frode con caratteristiche analoghe. Dopo l’arresto in Israele e l’estradizione negli Stati Uniti, nel 2018 l’uomo si dichiarò colpevole e fu condannato a 43 mesi di carcere per aver partecipato a una rete che impersonava dirigenti aziendali e ordinava trasferimenti legati a presunte acquisizioni riservate. Quel precedente, però, non dimostra un suo coinvolgimento nel caso Fideuram: la magistratura ipotizza la partecipazione di altre persone ancora sconosciute.

L’attacco potrebbe aver richiesto una raccolta preliminare di informazioni sui dirigenti, sui loro rapporti e sui recapiti personali. Il numero riservato di Tramarin, infatti, era noto ai truffatori. I dati potrebbero essere stati ricavati da fonti pubbliche, da account compromessi, da precedenti sottrazioni di informazioni o da mercati criminali in rete; sono ipotesi che dovranno essere verificate dalle indagini.

Il caso evidenzia infine il possibile intreccio tra falsificazione dell’identità e manipolazione delle comunicazioni digitali. Il tono delle conversazioni, i documenti e l’uso coordinato di più interlocutori hanno creato una sequenza apparentemente coerente, mentre il fattore tempo ha ridotto le possibilità di controllo e recupero dei fondi.

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