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Calcio 3 min di lettura1 ora fa

Zoff racconta il padre e le scelte della sua carriera

Il campione del mondo ripercorre l’infanzia friulana, gli anni al Napoli e le dimissioni dopo le critiche di Berlusconi

Dino Zoff ha ripercorso la propria carriera e gli episodi che ne hanno segnato la formazione. Lo ha fatto in un’intervista a Malcom Pagani per Repubblica.

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L’insegnamento del primo allenatore

Tra le figure ricordate dall’ex portiere c’è Čestmír Vycpálek, il tecnico che lo ha seguito alla Juventus dopo l’esperienza al Napoli e zio di Zdeněk Zeman. Zoff ne ha sottolineato l’autorevolezza tranquilla, maturata tra guerre e regimi, senza bisogno di alzare la voce o mettere in scena atteggiamenti plateali.

Anche lo sport, secondo Zoff, gli ha trasmesso una regola precisa: in campo non si possono mascherare limiti e debolezze come accade nella vita quotidiana. «Nello sport vince sempre il migliore», ha spiegato, indicando nella ricerca del miglioramento personale la sua principale motivazione.


La scelta dopo la finale europea

Il campione del mondo del 1982 ha poi ricordato la decisione presa nel 2000, quando ha lasciato l’incarico di commissario tecnico dell’Italia dopo la sconfitta contro la Francia nella finale dell’Europeo, arrivata al golden gol. Silvio Berlusconi aveva criticato le sue scelte e parlato di comportamenti indegni.

Zoff ha difeso quella scelta anche a distanza di anni. Ha ammesso che le dimissioni hanno pesato sulla prosecuzione della sua carriera da allenatore, ma ha ribadito di non aver avuto alternative coerenti con ciò che pensava in quel momento: «Non posso prendere lezioni di dignità dal signor Berlusconi».


Il Friuli della famiglia

La sua educazione è iniziata in una famiglia contadina friulana, dove il lavoro quotidiano occupava il centro della vita. La giornata cominciava alle sei, proseguiva in officina e comprendeva anche gli allenamenti, prima del rientro serale. Per Zoff, quella routine non lasciava spazio alle lamentele: l’unica eccezione riguardava la grandine, contro la quale non era possibile fare nulla.

Il padre gli ha trasmesso soprattutto il senso della responsabilità. Se il calcio non fosse diventato un mestiere, gli sarebbe rimasta comunque una professione da imparare. In casa c’erano ruoli definiti, animali da accudire, l’orto e poche concessioni all’improvvisazione.

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Quando si arrabbiava, ha ricordato Zoff, il padre non aveva bisogno di ricorrere alla violenza: «Le botte si danno solo all’asino e quello rimane asino». La voce bastava a ristabilire l’ordine e a far capire che cosa ci si aspettava dai figli.


Gli anni vissuti a Napoli

Dal 1967 al 1972 Zoff ha difeso la porta del Napoli, un periodo che conserva un posto speciale nei suoi ricordi. Ha descritto la città come caotica, festosa e capace di coinvolgerlo profondamente: «Napoli era un carnevale, un manicomio, una città meravigliosa».

All’inizio ha dovuto abituarsi anche al rapporto con il pubblico. Prima dell’esordio, un compagno gli ha suggerito di salutare la curva; il portiere ha iniziato con gesti esitanti, perché temeva che quel comportamento potesse sembrare una ricerca di consenso.

In quella squadra ha incontrato Bruno Pesaola e Omar Sivori. Il primo portava il cappotto di cammello anche con temperature elevate per ragioni scaramantiche e protestava contro gli avversari fingendo di impartire indicazioni in spagnolo. Sivori, invece, preferiva l’ironia e rispondeva alle provocazioni dei rivali con battute taglienti.


La notte di Madrid

Tra gli episodi ricordati nell’intervista c’è anche la vittoria del Mondiale del 1982. Zoff ha alzato la Coppa del Mondo a quarant’anni, dopo la finale disputata a Madrid, uno dei momenti più importanti della sua esperienza da calciatore.

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