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Calcio 3 min di lettura43 min fa

Dino Zoff ricorda l’addio alla Nazionale dopo Berlusconi

A 85 anni, l’ex portiere ripercorre Udinese, Juventus, Napoli e il Mondiale 1982 tra responsabilità, amicizie e rimpianti.

Dino Zoff ha ricordato le dimissioni da commissario tecnico dell’Italia nel 2000, arrivate dopo le critiche di Silvio Berlusconi. L’ex portiere ha definito quella scelta un atto di rottura, pur sapendo che avrebbe probabilmente chiuso la sua carriera da allenatore.

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La scelta dopo Euro 2000

Zoff ha spiegato di non essersi sentito in grado di comportarsi diversamente in quel momento. Nel calcio, ha osservato, anche i conflitti più duri spesso si concludono senza conseguenze, mentre il suo addio alla panchina azzurra rappresentava ai suoi occhi un gesto insolito e coerente con il proprio carattere.

«In quel momento non ero in grado di fare altro e non volevo fare altro», ha detto ricordando quella decisione. L’ex commissario tecnico ha aggiunto di non aver cambiato posizione, anche se la sua scelta ha contribuito a interrompere il percorso da allenatore.

Prima dell’esperienza in Nazionale, Zoff ha guidato la Lazio e ha avuto in squadra Paul Gascoigne. L’inglese, noto per il talento e per i comportamenti imprevedibili, una sera ha cercato di lasciare il ritiro per raggiungere la fidanzata. Il giorno dopo si è presentato nudo davanti alla sala da pranzo: Zoff lo ha rimandato a casa, pur ammettendo che avrebbe voluto schierarlo per la sua qualità fuori dal comune.


Dalle difficoltà ai grandi traguardi

La sua carriera da calciatore è cominciata con un episodio che lo ha segnato. All’esordio con l’Udinese ha incassato cinque reti a Firenze e, per dimenticare la prestazione, è andato al cinema. Durante l’intervallo, però, sullo schermo sono state proiettate proprio le immagini della partita.

A Napoli ha trovato un ambiente travolgente, al quale ha finito per affezionarsi profondamente. Alla Juventus, invece, ha dovuto conquistare la fiducia di un pubblico rimasto deluso dai precedenti portieri. Se il calcio non gli avesse aperto una strada, ha raccontato, avrebbe lavorato come meccanico.

Zoff resta l’unico calciatore italiano ad avere vinto sia il campionato europeo sia quello mondiale. Il suo rapporto con la vittoria, però, è sempre stato legato alla responsabilità più che alla vanità: ha detto di avere accettato le sconfitte senza cercare alibi e di avere preferito attribuire gli errori a sé stesso, invece di chiamare in causa la sfortuna.

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Gli amici e il ricordo dell’82

Tra le persone ricordate con maggiore affetto c’è Gaetano Scirea, indicato da Zoff come l’amico più caro. Il difensore è morto in Polonia in un incidente, lasciando un ricordo legato alla sua intelligenza, alla modestia e all’eleganza.

«Scirea era il mio amico più caro», ha raccontato Zoff, che ha rievocato anche Gigi Riva e i lunghi silenzi condivisi con l’ex attaccante. Nel suo racconto trovano spazio pure Giorgio Chinaglia, compagno di stanza durante il Mondiale del 1974, descritto come eccentrico fuori dal campo ma generoso e buono.

Un ruolo speciale ha avuto Cestimir Vycpálek, primo allenatore di Zoff alla Juventus. L’ex portiere lo ha ricordato come un tecnico pacato e saggio, capace di guidare il gruppo senza alzare la voce né ricorrere a esibizioni teatrali.

Anche Enzo Bearzot occupa un posto centrale nella memoria del Mondiale del 1982. Dopo la vittoria di Madrid, mentre la squadra festeggiava, Zoff è rientrato in albergo insieme ai magazzinieri e ha trascorso parte della serata con Scirea, bevendo vino e fumando in disparte.


L’uomo oltre il portiere

Figlio di un ex bersagliere che ha conosciuto la prigionia durante la Seconda guerra mondiale, Zoff è cresciuto con l’idea che lavoro e doveri venissero prima delle lamentele. Il padre gli ha insegnato ad affrontare gli errori senza attribuirli agli eventi avversi, lasciando alla grandine il ruolo di unico imprevisto davvero impossibile da controllare.

«La dignità è basilare e dignità significa essere sé stessi», ha affermato Zoff parlando della propria formazione. A pochi mesi dagli 85 anni, si definisce ancora un friulano semplice e un uomo felice, pur ammettendo di avere paura della morte e della perdita della memoria.

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