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Attualità 4 min di lettura46 min fa

Zuncheddu, nessun risarcimento dopo 33 anni da innocente

Irene Testa chiede un sostegno immediato per chi viene liberato dopo un errore giudiziario e non ha più nulla

Beniamino Zuncheddu, assolto il 26 gennaio 2024 dopo 33 anni di carcere per la strage di Sinnai, non ha ancora ricevuto un risarcimento. La sua vicenda è raccontata nel film Zustìssia, opera prima di Francesco Piras, con Michele Riondino nel ruolo dell’avvocato Mauro Trogu.

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La proposta per gli ex detenuti

Irene Testa, Garante regionale e tesoriera del Partito Radicale, sostiene una proposta di legge depositata in Parlamento per introdurre un aiuto economico immediato alle persone assolte dopo una lunga detenzione. Il risarcimento previsto oggi può arrivare soltanto dopo anni, lasciando senza sostegno chi torna libero senza lavoro, denaro o una rete familiare.

Secondo Testa, la norma dovrebbe intervenire anche per chi ha scontato regolarmente una condanna. Al momento, ha spiegato, l’uscita dal carcere non è accompagnata da un sistema pubblico adeguato: alcune associazioni riescono a seguire una parte degli ex detenuti, ma la maggioranza resta esposta alla povertà e al rischio di nuove difficoltà.

La rappresentante ha citato una spesa annuale di 4 miliardi di euro per un apparato penitenziario che, a suo giudizio, non produce reinserimento. La conseguenza è anche un’elevata recidiva, soprattutto tra i giovani con problemi di dipendenza o disturbi psichici, spesso privi di assistenza territoriale.


L’attesa prima della revisione

Testa ha raccontato di aver incontrato Zuncheddu pochi mesi dopo la nomina a Garante, su richiesta dell’avvocato Trogu. Per tre anni, dopo l’emersione di intercettazioni che potevano scagionarlo, la revisione del processo era rimasta in attesa. Nel frattempo, ha riferito, l’uomo aveva perso fiducia e aveva visto peggiorare le proprie condizioni di salute.

Il suo intervento si è sviluppato su due piani: da una parte la richiesta all’amministrazione penitenziaria di garantire le cure necessarie, dall’altra la scelta di portare il caso fuori dalla Sardegna. La trasmissione Lo Stato del Diritto, su Radio Radicale, ha seguito la vicenda, mentre iniziative pubbliche e manifestazioni hanno contribuito ad accrescere l’attenzione.

Nel paese di Burcei, i lenzuoli bianchi esposti alle finestre sono diventati il segno della mobilitazione per chiedere la fine di quello che Testa ha definito un “sequestro di Stato”. L’assoluzione ha chiuso il processo, ma non ha risolto le conseguenze materiali e personali di oltre tre decenni trascorsi in cella.


Giustizia e attenzione pubblica

La Garante ha collegato l’accelerazione del procedimento alla decisione di rendere pubbliche e registrare le udienze. A suo avviso, la pressione esterna ha contribuito a sbloccare una situazione ferma, anche se i processi non dovrebbero avere bisogno di un pubblico per procedere con maggiore rapidità.

Testa ha però distinto il caso Zuncheddu dai procedimenti seguiti dai mezzi di informazione fin dalle prime fasi. L’esposizione può aggravare la sofferenza degli imputati e dei loro familiari, soprattutto quando giornalisti e telecamere restano presenti per anni. Nella vicenda sarda, ha precisato, l’attenzione mediatica è arrivata dopo le condanne e durante la revisione, senza sostituirsi alla ricerca delle prove.

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Zuncheddu ha inoltre sostenuto che la separazione delle carriere avrebbe potuto cambiare il corso della sua storia. Testa ha ricordato che il suo giudizio nasce da un’esperienza diretta e prolungata del sistema giudiziario, vissuta sulla propria pelle.


Il carcere dopo la scarcerazione

Per descrivere le condizioni di chi torna libero, Testa ha riferito una frase dello stesso Zuncheddu: “Non sono un eroe, sono un sopravvissuto”. La sua capacità di resistere, ha aggiunto, è stata sostenuta dalla certezza della propria innocenza e da una personalità solida, ma non tutti riescono a superare gli effetti di una lunga detenzione.

La tesoriera del Partito Radicale ha definito il carcere un sistema che peggiora spesso la situazione di chi vi entra. Ha richiamato anche le difficoltà vissute dai detenuti durante il caldo e il freddo estremi, condizioni mostrate nel film e spesso ignorate dall’opinione pubblica.

Il ruolo dei Garanti, secondo Testa, dispone soprattutto di strumenti di persuasione. I rappresentanti regionali hanno maggiore autonomia rispetto all’autorità nazionale, i cui funzionari possono essere trasferiti dal Ministero della Giustizia. Per questo, ha sostenuto, sarebbe necessario rafforzarne competenze e autorevolezza.


Il film e la memoria del caso

Zustìssia ricostruisce la battaglia legale di Trogu e il sostegno ricevuto da familiari, abitanti di Burcei e società civile. Irene Testa è interpretata da Geppi Cucciari, una scelta apprezzata dalla stessa Garante, che ha giudicato positivamente anche i monologhi dell’attrice.

Testa ha iniziato a occuparsi di carcere con una tesi sulle colonie penali agricole della Sardegna e ha poi proseguito l’impegno nel Partito Radicale, al quale è legata da trent’anni. Ritiene che il cinema possa contribuire a cambiare la percezione dei detenuti e degli ex detenuti, contrastando l’idea che la pena debba tradursi in abbandono.

La storia di Zuncheddu, ha osservato, mostra il rischio di giudicare una persona prima che la verità venga accertata. Per decenni è stato considerato colpevole; dopo l’assoluzione, la sua figura è stata riletta in modo opposto. Per Testa, proprio questo passaggio dovrebbe spingere a riflettere sulle conseguenze degli errori giudiziari e sulle responsabilità dello Stato.

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