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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Zhang Weiwei: «L’Europa è debole». La sfida lanciata alla democrazia

Il docente cinese difende il modello di Pechino, attacca la dipendenza europea da Washington e mette in guardia dai rischi di una guerra commerciale.

L’Europa dovrebbe smettere di cercare l’approvazione degli Stati Uniti e recuperare una propria autonomia strategica. È questa una delle tesi più nette sostenute da Zhang Weiwei, docente di Relazioni internazionali e direttore del China Institute della Fudan University, durante un confronto al Centro Studi Americani organizzato dal Berggruen Institute.

Zhang, tra gli intellettuali pubblici più noti in Cina, interviene spesso anche nel programma politico This Is China di Dragon TV, seguito da centinaia di milioni di persone sui social. Nel maggio 2021 aveva inoltre parlato al Politburo del Partito comunista, presieduto da Xi Jinping, per discutere del modo in cui la Cina può presentare sé stessa al resto del mondo.


L’attacco alla leadership europea

Secondo Zhang, il continente ha interessi che non coincidono automaticamente con quelli di Washington, Mosca o Pechino. A suo giudizio, l’Europa ha ceduto una parte della propria indipendenza e dovrebbe difendere con maggiore decisione le proprie priorità, invece di tentare di guadagnarsi il favore di Donald Trump o dell’amministrazione statunitense.

Nel suo ragionamento rientra anche il riferimento a Emmanuel Macron, che in passato ha evocato il rischio per l’Europa di trasformarsi in un vassallo degli Stati Uniti. Zhang sostiene inoltre che Trump tenda a rispettare soprattutto i Paesi e i dirigenti che considera forti, citando Vladimir Putin e la classe dirigente cinese come esempi di interlocutori verso i quali il presidente americano nutrirebbe maggiore considerazione.

La valutazione sull’Unione europea è tra le più dure dell’intervista: «La considero molto debole, molto al di sotto di quella cinese. L’Europa merita una leadership migliore», ha affermato parlando della classe dirigente del continente.


Pechino tra storia e competenza

La lettura di Zhang parte dalla definizione della Cina come “Stato-civiltà”. Il Paese, nella sua interpretazione, non sarebbe soltanto uno Stato moderno, ma il risultato della sovrapposizione tra una struttura politica contemporanea e una civiltà che ha mantenuto una continuità storica per millenni.

Il docente fa risalire questa traiettoria all’unificazione del 221 avanti Cristo. Richiama poi la tradizione degli esami imperiali, introdotti circa 1.500 anni fa per selezionare i funzionari, e il percorso di molti dirigenti cinesi contemporanei, che prima di arrivare ai vertici avrebbero amministrato province con decine o, in alcuni casi, oltre cento milioni di abitanti.

Da qui deriva la sua critica all’idea che il multipartitismo, l’alternanza elettorale e la democrazia liberale costituiscano criteri validi in ogni contesto per misurare legittimità ed efficacia politica. «Per questo considero la leadership politica cinese tra le più competenti al mondo», ha detto Zhang, contrapponendo a questo giudizio la sua valutazione negativa dei vertici europei.

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Questa impostazione è stata al centro anche del confronto del 2011 con Francis Fukuyama, autore de La fine della storia. Le due posizioni rappresentavano interpretazioni opposte della modernizzazione: Fukuyama attribuiva un ruolo centrale alle istituzioni liberaldemocratiche, mentre Zhang vedeva nell’ascesa cinese la prova dell’esistenza di percorsi alternativi.


Commercio, Ucraina e rischio escalation

Sul piano economico, Zhang respinge l’idea che lo squilibrio commerciale tra Cina e Unione europea possa essere letto soltanto attraverso il surplus delle esportazioni cinesi. Una parte di quel risultato, sostiene, deriverebbe da beni prodotti in Cina da aziende europee, soprattutto nel settore automobilistico, e successivamente venduti nel mercato europeo.

Il docente invita inoltre a includere nel calcolo gli scambi di servizi, ambito nel quale sarebbe invece la Cina ad avere un saldo negativo. Considerando anche i profitti delle imprese europee, il divario apparirebbe quindi meno ampio. «Una guerra commerciale sarebbe semplicemente stupida, sia per la Cina sia per l’Europa», ha dichiarato, sostenendo la necessità di aumentare i benefici comuni invece di contrapporre i due mercati.

La sua analisi sulla sicurezza internazionale segue la linea ufficiale di Pechino. Zhang attribuisce all’allargamento della Nato una responsabilità rilevante nell’origine della guerra in Ucraina e giudica irrazionale l’ipotesi, discussa in alcuni Paesi europei, di prepararsi a un possibile conflitto con la Russia entro la fine del decennio.


Le previsioni rivendicate da Zhang

Nel corso dell’incontro, l’intellettuale cinese ha anche ricordato alcune analisi formulate durante il confronto con Fukuyama. All’epoca aveva messo in dubbio l’ottimismo suscitato dalle Primavere arabe, prevedendo una loro trasformazione in un “inverno arabo”. Aveva inoltre sostenuto che riforme profonde fossero necessarie anche nel sistema politico statunitense, non soltanto in quello cinese.

Zhang ha infine collegato quelle valutazioni all’ascesa del populismo nelle democrazie occidentali e all’elezione di Donald Trump, che aveva ipotizzato potesse diventare persino più impopolare di George W. Bush. Nel suo racconto, queste previsioni rafforzano la tesi secondo cui il modello politico cinese non dovrebbe essere giudicato esclusivamente con categorie nate dall’esperienza europea.

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