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Attualità 4 min di lettura50 min fa

Zhang Weiwei: «L’Europa è debole». La sfida lanciata a Bruxelles

Il politologo cinese difende il modello di Pechino, critica la dipendenza europea da Washington e avverte sui rischi di una guerra commerciale con l’Unione europea.

L’Europa dovrebbe recuperare autonomia e dotarsi di una classe dirigente più forte: è questa la tesi centrale di Zhang Weiwei, docente di Relazioni internazionali e direttore del China Institute della Fudan University. In un confronto pubblico a Roma, il politologo cinese ha difeso il sistema politico di Pechino, contestato l’influenza statunitense sul continente e definito irrazionale l’ipotesi di prepararsi a un conflitto con la Russia entro la fine del decennio.

Zhang è una delle voci più note del dibattito politico cinese. All’attività accademica affianca la partecipazione a programmi televisivi e una presenza molto seguita sui social. Nel maggio 2021 intervenne davanti all’Ufficio politico del Partito comunista cinese, presieduto da Xi Jinping, per discutere di come il Paese possa presentarsi al resto del mondo.


Pechino chiede un’Europa più autonoma

Secondo Zhang, negli ultimi anni l’Unione europea avrebbe smarrito una parte della propria indipendenza strategica, avvicinandosi troppo agli Stati Uniti. La Cina, sostiene, ha invece incoraggiato a lungo l’integrazione europea e la possibilità per il continente di seguire una linea autonoma.

Il professore considera diversi gli interessi di Europa, Stati Uniti, Russia e Cina. Per questo non comprende la ricerca di un rapporto privilegiato con Washington e, in particolare, con Donald Trump. A suo giudizio, il presidente americano tende a rispettare soprattutto gli Stati e i leader capaci di mostrare forza, mentre l’Europa dovrebbe concentrarsi sulla tutela dei propri obiettivi.

Sul conflitto in Ucraina, Zhang riprende la posizione ufficiale cinese: l’espansione della Nato avrebbe contribuito a creare le condizioni della guerra. L’idea che alcuni Paesi europei debbano prepararsi a un possibile scontro con Mosca entro la fine degli anni Venti viene invece giudicata «irrazionale».


Il modello cinese secondo Zhang

Alla base della sua lettura c’è la definizione della Cina come «Stato-civiltà». Zhang non considera il Paese semplicemente uno Stato-nazione moderno, ma il risultato della fusione tra un apparato statale di dimensioni immense e una tradizione politica sviluppatasi senza interruzioni per millenni.

La sua ricostruzione parte dall’unificazione del 221 avanti Cristo e arriva alla selezione dei funzionari attraverso gli esami imperiali, introdotti circa 1.500 anni fa. Zhang sostiene che questa continuità storica contribuisca ancora oggi a privilegiare l’esperienza amministrativa: molti dirigenti cinesi, prima di raggiungere i vertici, avrebbero governato province con decine o persino oltre cento milioni di abitanti.

Da qui nasce il suo giudizio più netto. «Considero la leadership politica cinese tra le più competenti al mondo», ha affermato, aggiungendo che la dirigenza dell’Unione europea sarebbe «molto debole» e «molto al di sotto» di quella cinese. La sua impostazione resta però fortemente contestata, perché il richiamo alla specificità storica può trasformarsi nella giustificazione di sistemi politici privi di pluralismo.

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Commercio, il rischio di uno scontro

Il rapporto economico tra Cina e Unione europea è un altro dei nodi affrontati nell’incontro. Bruxelles denuncia da tempo un forte squilibrio a favore delle esportazioni cinesi, ma Zhang invita a non fermarsi al solo saldo delle merci.

Secondo il professore, una quota significativa dei prodotti venduti in Europa viene realizzata in Cina da imprese europee, soprattutto nel settore automobilistico. Inoltre, nel commercio dei servizi sarebbe la Cina a registrare un disavanzo nei confronti dell’Unione europea. Considerando anche gli utili delle aziende europee presenti sul mercato cinese, il divario apparirebbe quindi meno ampio.

Pechino, sostiene Zhang, non avrebbe interesse né a mantenere un avanzo né ad accumulare un disavanzo. La soluzione indicata è un’espansione dei vantaggi reciproci, mentre una guerra commerciale danneggerebbe entrambe le parti. «Dobbiamo lavorare insieme per creare una torta più grande», ha detto parlando delle relazioni economiche tra i due blocchi.


Le previsioni rivendicate dal professore

Zhang ha inoltre rievocato il confronto del 2011 con Francis Fukuyama, autore de La fine della storia. In quell’occasione le loro interpretazioni della modernizzazione erano opposte: Fukuyama attribuiva un ruolo centrale alle istituzioni liberaldemocratiche, mentre Zhang sosteneva che la crescita cinese dimostrasse l’esistenza di percorsi politici alternativi.

Il docente ha ricordato di avere previsto una trasformazione delle Primavere arabe in un «inverno arabo» e di avere messo in guardia dai rischi del populismo per le democrazie occidentali. Ha inoltre sostenuto che anche il sistema statunitense avesse bisogno di riforme profonde, collegando quelle valutazioni all’ascesa di Donald Trump.

La sua analisi continua dunque a contrapporre due visioni: da una parte il modello liberale occidentale, dall’altra un sistema fondato sulla continuità storica, sulla selezione amministrativa e sulla centralizzazione del potere. È su questa distanza che Zhang costruisce la propria critica all’Europa e la difesa della traiettoria cinese.

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