Zhang sfida l’Europa: “Leadership debole”, la Cina alza la voce
Il docente cinese difende il modello di Pechino, critica l’autonomia europea e avverte sui rischi di uno scontro commerciale con l’Unione europea.
La Cina non accetta di essere giudicata soltanto attraverso i parametri politici elaborati in Occidente. È questa la tesi di Zhang Weiwei, professore di Relazioni internazionali e direttore del China Institute della Fudan University, secondo cui la storia e la struttura dello Stato cinese richiedono categorie diverse da quelle applicate alle democrazie europee.
Nel confronto con l’Europa, Zhang non usa toni concilianti. A suo giudizio, la classe dirigente cinese sarebbe “tra le più competenti al mondo”, mentre quella dell’Unione europea è “molto debole” e “molto al di sotto” degli standard di Pechino. La sua analisi si estende anche ai rapporti con Washington, alla guerra in Ucraina e alle prospettive commerciali tra Cina ed Europa.
Pechino contesta i criteri occidentali
Al centro della sua impostazione c’è l’idea della Cina come “Stato-civiltà”: non soltanto un Paese moderno, ma la combinazione tra una grande struttura statale contemporanea e una tradizione politica sviluppatasi senza interruzioni per migliaia di anni. Zhang fa risalire questa continuità all’unificazione del 221 avanti Cristo, considerandola un elemento decisivo per comprendere il funzionamento del sistema attuale.
Il docente richiama anche la lunga pratica di selezione dei funzionari attraverso gli esami imperiali. Prima di arrivare ai vertici, osserva, molti dirigenti cinesi hanno amministrato province con decine di milioni di abitanti, talvolta più di cento milioni. Da questa esperienza deriverebbe, secondo Zhang, una preparazione amministrativa che non può essere misurata soltanto sulla base dell’alternanza elettorale o del multipartitismo.
Questa lettura si contrappone a quella che attribuisce alle istituzioni liberaldemocratiche un valore universale. Zhang ricorda il confronto del 2011 con Francis Fukuyama e sostiene di avere previsto sia il fallimento delle aspettative legate alle Primavere arabe, sia l’avanzata del populismo nelle democrazie occidentali. Collega quelle previsioni all’ascesa di Donald Trump e alla crisi di fiducia che attraversa il sistema politico statunitense.
Europa, autonomia e guerra in Ucraina
Secondo Zhang, il problema europeo non riguarda soltanto la crescita economica o la competitività industriale. L’Unione europea avrebbe progressivamente ridotto la propria autonomia strategica, finendo per dipendere troppo dagli Stati Uniti. Il professore cita anche le preoccupazioni espresse da Emmanuel Macron sul rischio che l’Europa possa trasformarsi in una sorta di subordinata di Washington.
Nella sua interpretazione, Donald Trump tende a rispettare soprattutto i Paesi e i leader che mostrano forza. Per questo, sostiene, l’Europa dovrebbe difendere con maggiore decisione i propri interessi invece di cercare l’approvazione americana. Pechino, aggiunge, ha sempre sostenuto l’integrazione europea e una maggiore indipendenza del continente dalle grandi potenze.
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Anche sul conflitto russo-ucraino la posizione di Zhang è netta. L’espansione della Nato viene indicata come una delle cause principali della guerra, mentre l’ipotesi che alcuni Paesi europei si preparino a un possibile confronto con la Russia entro la fine del decennio viene definita “irrazionale”. Il giudizio riflette la linea sostenuta da Pechino sul conflitto.
Il commercio divide meno di quanto sembra
Sul piano economico, Zhang ridimensiona la portata dello squilibrio commerciale tra Cina e Unione europea. Il surplus cinese nelle merci, spiega, comprende anche beni prodotti in Cina da aziende europee, soprattutto nel settore automobilistico, e successivamente venduti nel mercato europeo.
A questo calcolo andrebbe aggiunto il commercio dei servizi, ambito nel quale sarebbe invece l’Unione europea a vantare un saldo positivo nei confronti della Cina. Considerando anche i profitti delle imprese europee attive in territorio cinese, la distanza tra le due parti apparirebbe quindi meno ampia di quella indicata dai soli dati sulle esportazioni.
La posizione attribuita a Pechino non sarebbe quella di conservare un avanzo permanente, ma di costruire benefici reciproci. Zhang sostiene che le due economie dovrebbero ampliare la cooperazione invece di contendersi una quota fissa degli scambi: “Una guerra commerciale sarebbe semplicemente stupida, sia per la Cina sia per l’Europa”.
Due modelli difficili da conciliare
L’intervento di Zhang presenta dunque la Cina come un sistema politico fondato su una traiettoria storica autonoma, non come una versione incompleta o alternativa della democrazia occidentale. La continuità dello Stato e la formazione dei dirigenti vengono contrapposte alla debolezza che, a suo giudizio, caratterizza oggi la leadership europea.
Questa impostazione resta fortemente controversa. Il richiamo alla specificità storica può diventare una giustificazione dell’eccezionalismo politico e finire per sottrarre i sistemi autoritari a criteri comuni di valutazione. È proprio su questo terreno che si concentra lo scontro tra la visione di Zhang e quella di chi considera libertà politiche, pluralismo e istituzioni liberali parametri validi oltre i confini dell’Occidente.
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