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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Zhang, l’affondo sull’Europa: «È molto al di sotto della Cina

Il professore di Fudan difende il modello politico cinese, critica la dipendenza europea da Washington e mette in guardia dai rischi di una guerra commerciale

L’Europa dovrebbe recuperare autonomia politica e smettere di cercare l’approvazione degli Stati Uniti. È questa la tesi più netta sostenuta da Zhang Weiwei, professore di Relazioni internazionali e direttore del China Institute della Fudan University, durante un confronto al Centro Studi Americani. Per l’intellettuale cinese, Bruxelles appare oggi indebolita sia sul piano strategico sia nella qualità della propria leadership.

Zhang è una figura molto conosciuta in Cina: insegna all’università, conduce il programma politico This Is China su Dragon TV e ha costruito un seguito di centinaia di milioni di visualizzazioni sui social. Nel maggio 2021 aveva inoltre parlato davanti al Politburo del Partito comunista guidato da Xi Jinping, affrontando il tema della capacità cinese di presentarsi al mondo.


L’Europa tra Stati Uniti e Pechino

Secondo Zhang, la Cina ha sostenuto a lungo l’integrazione europea e l’idea di un’Europa capace di agire in modo indipendente. A suo giudizio, però, è stato il continente a perdere progressivamente parte della propria autonomia, fino a diventare troppo dipendente dalle scelte di Washington.

Il professore richiama anche le parole di Emmanuel Macron sul rischio che l’Europa possa trasformarsi in un vassallo degli Stati Uniti. Donald Trump, aggiunge, tenderebbe a rispettare soprattutto i Paesi e i leader che considera forti, come Vladimir Putin e la classe dirigente cinese. Da qui l’invito rivolto agli europei a difendere i propri interessi senza inseguire il consenso americano.

Per Zhang, le priorità dell’Unione europea non coincidono necessariamente con quelle di Stati Uniti, Russia o Cina. Sul conflitto in Ucraina riprende la posizione di Pechino: l’allargamento della Nato avrebbe contribuito a creare le condizioni della guerra, mentre l’ipotesi di prepararsi a uno scontro con Mosca entro la fine del decennio viene definita «irrazionale».


Il commercio non diventi una guerra

Anche lo squilibrio negli scambi tra Cina e Unione europea è stato al centro del confronto. Zhang riconosce che Pechino registra un forte avanzo commerciale nei beni, ma invita a considerare il ruolo delle aziende europee che producono in Cina e poi vendono in Europa, oltre al settore dei servizi, nel quale sarebbe invece l’Unione a presentare un saldo positivo.

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A suo avviso, un’analisi che sommi profitti delle imprese europee e servizi ridimensionerebbe la distanza tra le due economie. La Cina, sostiene, non avrebbe interesse né a mantenere un surplus né ad accumulare un deficit e dovrebbe puntare con l’Europa ad ampliare i benefici reciproci. «Una guerra commerciale sarebbe semplicemente stupida, sia per la Cina sia per l’Europa», ha affermato.


La difesa dello Stato-civiltà

Il ragionamento di Zhang parte dalla definizione della Cina come «Stato-civiltà»: non soltanto uno Stato moderno, ma anche il risultato di una continuità politica e culturale iniziata millenni fa. L’unificazione del 221 avanti Cristo e la tradizione confuciana vengono indicate come elementi decisivi per comprendere l’attuale modello istituzionale.

Il professore ricorda inoltre che la selezione dei funzionari attraverso gli esami imperiali risale a circa 1.500 anni fa. Nella sua lettura, l’esperienza maturata da molti dirigenti cinesi alla guida di grandi province spiegherebbe la competenza dell’attuale classe politica.

Da questa premessa nasce la sua critica ai criteri occidentali usati per valutare i sistemi politici. Multipartitismo, alternanza elettorale e democrazia liberale, sostiene Zhang, non possono essere considerati parametri validi in ogni contesto storico. La leadership cinese sarebbe quindi «tra le più competenti al mondo», mentre quella dell’Unione europea, a suo giudizio, risulterebbe «molto debole».

Le sue posizioni si collocano nel solco del confronto avuto nel 2011 con Francis Fukuyama, autore de La fine della storia. Zhang rivendica di aver previsto il fallimento delle aspettative legate alle Primavere arabe, da lui ribattezzate «inverno arabo», e di aver segnalato in anticipo i rischi del populismo nelle democrazie occidentali. Il successivo successo politico di Donald Trump viene oggi presentato come una conferma di quelle valutazioni.

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