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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Yemen, il rischio di escalation: perché Washington potrebbe intervenire

Maged al-Madhaji prevede una guerra lunga tra Houthi e Arabia Saudita e lega il fronte yemenita alla rivalità tra Stati Uniti e Iran.

La crisi yemenita potrebbe trasformarsi in un banco di prova per la solidità delle alleanze americane in Medio Oriente. Secondo Maged al-Madhaji, analista yemenita e presidente del Sana'a Center for Strategic Studies, Washington sarà spinta verso un ruolo più incisivo, anche se un’operazione militare diretta contro gli Houthi non è ancora una certezza.

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Washington davanti al nodo saudita

Il punto centrale, per gli Stati Uniti, riguarda la credibilità del rapporto con l’Arabia Saudita. Se Riad restasse esposta a una lunga serie di attacchi senza un sostegno concreto, gli altri partner regionali potrebbero dubitare dell’affidabilità degli impegni statunitensi. «L’Arabia Saudita è un partner importante degli Stati Uniti», ha ricordato al-Madhaji, sottolineando il peso politico della situazione.

L’analista ritiene quindi probabile un ampliamento dell’impegno americano, ma ancora indefinito per modalità e intensità. Il dossier yemenita, infatti, non può più essere considerato separato dal confronto con l’Iran: anche una strategia concentrata principalmente sulla Repubblica islamica dovrebbe fare i conti con le conseguenze del conflitto sulle rotte energetiche, sui mercati e sulla sicurezza regionale.


Riad cerca una risposta credibile

Dopo la strage di sabato all’aeroporto di Riad, l’Arabia Saudita potrebbe puntare a una reazione capace di infliggere agli Houthi un danno militare rilevante. Al tempo stesso, secondo al-Madhaji, il regno manterrà aperti i contatti diplomatici, perché i canali negoziali non vengono mai abbandonati completamente.

La diplomazia, tuttavia, avrebbe possibilità limitate se Riad non riuscisse prima a dimostrare di poter rispondere agli attacchi. Per l’analista, la rappresaglia potrebbe servire proprio a creare condizioni più favorevoli per una trattativa successiva. Affidarsi esclusivamente al dialogo, senza un parziale recupero della capacità di deterrenza, esporrebbe il regno a ulteriori pressioni.


Houthi, obiettivi oltre il fronte saudita

La contrapposizione tra Houthi e Arabia Saudita, avverte al-Madhaji, sarà «prolungata e sempre più dolorosa». L’intensità delle operazioni potrà cambiare nel tempo, ma eventuali pause non andrebbero interpretate come la conclusione delle ostilità: entrambe le parti stanno difendendo obiettivi strategici e la propria immagine di forza.

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Gli Houthi modulano i lanci in funzione delle necessità operative e cercano di ridurre gli spazi di manovra dei loro rivali interni. Il controllo di Taiz e delle aree montuose circostanti è particolarmente importante: da lì il gruppo potrebbe aumentare la pressione su Aden, centro delle forze governative, fino a valutare un’operazione per conquistarla.


Il controllo di Taiz cambia gli equilibri

Una simile avanzata altererebbe profondamente i rapporti di forza nello Yemen. Ridimensionare gli avversari interni permetterebbe agli Houthi di destinare più uomini e risorse al confronto con il regno saudita, rendendo il conflitto ancora più difficile da contenere.

Gli attacchi contro Riad avrebbero anche un obiettivo politico: aumentare il prezzo che l’Arabia Saudita paga per sostenere i propri oppositori yemeniti e spingerla a ridurre quel supporto. In questa prospettiva, la pressione sul territorio saudita e la battaglia per le aree strategiche dello Yemen fanno parte della stessa strategia.


Una guerra senza soluzione rapida

Riad, però, non può accettare che gli Houthi dimostrino di poterla colpire e umiliare pubblicamente senza subire conseguenze. Per questo, secondo al-Madhaji, una rapida escalation seguita da una soluzione stabile appare improbabile: il confronto riguarda ormai anche la deterrenza e la reputazione internazionale dell’Arabia Saudita.

L’eventuale coinvolgimento statunitense resta dunque il principale elemento di incertezza. Non è chiaro quale forma assumerebbe né quanto sarebbe esteso, ma l’analista considera difficile che Washington rimanga estranea agli effetti di una crisi che intreccia Yemen, Arabia Saudita, Iran e sicurezza energetica.

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