Welfare, il divario tra imprese che può cambiare il futuro dei lavoratori
Le tutele per famiglia, salute e pensione restano molto diverse in base alla dimensione dell’azienda: l’Osservatorio propone un accordo nazionale per colmare la distanza.
«È il momento di unire le forze per ridurre le distanze e fare del welfare un’opportunità per tutti», ha affermato Stefano Castrignanò, presidente dell’Osservatorio Italian Welfare. Il suo appello riguarda soprattutto le realtà produttive più piccole, dove le risorse disponibili rendono più difficile garantire ai dipendenti protezioni estese e durature.
Per affrontare il problema, l’Osservatorio ha messo sul tavolo un Patto nazionale dedicato alla riduzione del Welfare Gap. L’obiettivo è coinvolgere aziende, organizzazioni dei lavoratori, investitori e istituzioni nella costruzione di strumenti condivisi, anche attraverso le filiere delle grandi imprese, così da ampliare l’accesso alle tutele.
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Un divario che parte dal lavoro
La questione è stata posta al centro della terza edizione del Global Welfare Summit 2026, organizzato a Villa Miani, a Roma, con la partecipazione di oltre 600 persone. Il confronto nasce da una constatazione: in Italia la qualità del welfare aziendale cambia sensibilmente a seconda delle dimensioni dell’impresa.
Il Welfare Gap non indica soltanto la presenza o l’assenza di un beneficio. Secondo l’Osservatorio, la differenza incide sulla possibilità concreta di affrontare la genitorialità, sostenere un parente fragile, curarsi e preparare una condizione economica più sicura per gli anni successivi.
Famiglia e salute restano diseguali
I servizi rivolti ai genitori sono disponibili appena nel 9% delle aziende con organici inferiori a 250 persone, mentre la quota arriva al 56% tra le imprese che contano almeno 1.000 lavoratori. Una distanza analoga riguarda il supporto a chi presta assistenza a un congiunto privo di autonomia: le soluzioni dedicate sono presenti nel 15% delle imprese più piccole e nel 48% di quelle maggiori.
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Anche la continuità della copertura sanitaria dopo l’uscita dal lavoro segue una progressione legata alla dimensione aziendale. La possibilità di mantenerla riguarda il 27% delle imprese sotto i 250 dipendenti, il 35% di quelle tra 250 e 999 addetti e il 47% dei gruppi con almeno 1.000 lavoratori.
La pensione futura è il nodo più delicato
La distanza si ritrova anche nella previdenza integrativa. L’adesione dei dipendenti raggiunge il 46% nelle aziende con meno di 250 lavoratori, sale al 52,2% nella fascia intermedia e arriva al 73,5% nelle imprese più grandi.
Ancora più marcata è la differenza nelle attività di informazione e pianificazione previdenziale: vengono proposte dal 13,2% delle realtà minori, dal 34,7% di quelle tra 250 e 999 addetti e dal 56,8% delle aziende con almeno 1.000 dipendenti. «Le differenze di oggi possono riflettersi sulle pensioni di domani», ha osservato Castrignanò, sottolineando che non basta favorire l’iscrizione ai fondi: i lavoratori devono anche comprendere le conseguenze delle proprie scelte.
Per l’Osservatorio, l’educazione previdenziale dovrebbe quindi diventare una parte stabile del welfare, accessibile anche nei contesti meno strutturati. Il Patto proposto al vertice punta a rafforzare la contrattazione, condividere le soluzioni e rendere le protezioni più diffuse e continuative lungo l’intero percorso di vita.
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