Voto arabo, la partita che può decidere il dopo-Netanyahu
Le liste arabe potrebbero conquistare 14-15 seggi, ma sia Netanyahu sia i suoi principali avversari escludono una loro presenza nella prossima maggioranza.
Nelle città arabe israeliane il voto del 27 ottobre nasce prima di tutto da una domanda concreta: chi può fermare la violenza? Nel 2025, secondo Abraham Initiatives, sono state uccise 252 persone nelle comunità arabe, il dato più alto mai rilevato. Al 13 ottobre le vittime erano già almeno 185.
Questa emergenza può spingere alle urne una parte di cittadini che in passato aveva scelto l’astensione per manifestare sfiducia verso lo Stato. Il paradosso politico è che proprio il loro consenso potrebbe risultare determinante per il futuro governo, mentre quasi tutti i principali schieramenti escludono la possibilità di includere i partiti arabi nella coalizione.
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La sicurezza spinge al voto
Nelle città e nei villaggi arabi, le organizzazioni criminali si contendono il controllo del territorio, impongono il racket agli esercenti e penetrano nelle economie locali. Le armi vengono usate per risolvere i conflitti, trasformando la paura in una presenza quotidiana per migliaia di famiglie.
La responsabilità della polizia dipende dal ministero della Sicurezza nazionale, guidato da Itamar Ben-Gvir, esponente radicale della coalizione di Benjamin Netanyahu. La percezione di una risposta insufficiente da parte delle istituzioni, insieme al timore di un nuovo mandato per Ben-Gvir, sta trasformando la richiesta di protezione in una delle principali ragioni per partecipare alle elezioni.
Seggi decisivi, governo escluso
I cittadini arabi rappresentano circa un quinto della popolazione israeliana e le ultime rilevazioni attribuiscono alle due liste arabe tra 14 e 15 seggi. Un risultato simile riporterebbe la loro presenza parlamentare ai livelli del 2020 e potrebbe incidere sull’equilibrio della prossima Knesset.
Netanyahu ha usato questo possibile peso per attaccare Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore e leader di Yashar. Lo slogan del Likud, “Non c’è Gadi senza Tibi”, richiama Ahmad Tibi, alla guida di Ta’al, e suggerisce che Eisenkot avrebbe bisogno dei parlamentari arabi per governare. Eisenkot ha replicato promettendo una maggioranza composta da almeno 61 deputati sionisti, senza partiti arabi al suo interno.
La campagna mostra così una convergenza tra il primo ministro e uno dei suoi avversari più importanti: entrambi riconoscono che gli elettori arabi possono determinare i rapporti di forza, ma negano loro un ruolo nella formazione dell’esecutivo.
Due strategie dentro il campo arabo
Le forze politiche arabe arrivano al voto divise. La Lista Comune riunisce Hadash, formazione ebraico-araba guidata da Yousef Jabareen, Ta’al di Ahmad Tibi e Balad, partito legato al nazionalismo palestinese. Separata è Ra’am, guidata da Mansour Abbas e nata dall’ala meridionale del Movimento islamico.
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Tibi sarebbe disposto a sostenere dall’esterno un governo capace di chiudere l’epoca Netanyahu, ma chiede che nell’agenda entrino la sicurezza delle comunità arabe, gli investimenti pubblici, la parità dei diritti e la questione palestinese. Abbas, invece, punta a partecipare direttamente alle decisioni, come accadde nel 2021 con il governo di Naftali Bennett.
Per rendere riconoscibile questa linea, Abbas ha scelto come numero due Yoav Segalovitz, ebreo, sionista, già dirigente della polizia e viceministro della Sicurezza pubblica con Yesh Atid. La candidatura vuole dimostrare che la presenza araba al governo può essere una soluzione politica concreta, non soltanto uno scenario agitato durante la campagna elettorale.
Una cittadinanza ancora contesa
Nel 2015 Netanyahu aveva invitato i propri sostenitori a reagire alla partecipazione degli elettori arabi, sostenendo che stavano “affluendo in massa alle urne” grazie alle organizzazioni di sinistra. Quell’episodio è rimasto come uno dei simboli della diffidenza verso una mobilitazione capace di modificare gli equilibri del potere.
I cittadini arabi di Israele sono circa 2,2 milioni. La loro incidenza sull’elettorato è però più bassa, anche perché la popolazione è mediamente giovane e le statistiche includono i palestinesi di Gerusalemme Est, in larga parte residenti permanenti senza diritto di voto per la Knesset.
In questa comunità convivono musulmani, cristiani, drusi e beduini del Negev, con rapporti differenti verso l’identità palestinese e quella israeliana. Molti mantengono legami familiari e storici con Gaza e la Cisgiordania e vivono la guerra anche attraverso quei rapporti, pur partecipando alla vita politica dello Stato israeliano.
La questione, dunque, non riguarda soltanto il numero dei seggi. Dalla fondazione di Israele resta aperto il problema dello spazio riconosciuto ai cittadini palestinesi dello Stato: il diritto di voto è acquisito, mentre la possibilità per i loro rappresentanti di contribuire alla nascita di un governo continua a essere contestata.
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