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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Voto arabo in Israele, Joint List e Ra’am crescono

L’affluenza della comunità palestinese supera l’80% e assegna alle due formazioni un peso nelle trattative di governo.

Le formazioni arabe hanno aumentato voti e seggi alle elezioni israeliane del 27 ottobre, tornando decisive per la nascita del prossimo governo.

Ra’am, guidata da Mansour Abbas, ha già fatto sapere di essere stata avvicinata da Gadi Eisenkot e da altri dirigenti politici. Il partito islamista potrebbe valutare l’ingresso diretto in una maggioranza con forze centriste, progressiste o conservatrici moderate, purché restino fuori gli esponenti della destra più radicale e ostile all’islam.

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Le condizioni per sostenere il governo

Abbas aveva escluso durante la campagna un’intesa con Benjamin Netanyahu. Tuttavia, secondo diversi analisti, un accordo non sarebbe del tutto impossibile nel caso di un esecutivo di unità nazionale, costruito su una linea pragmatica e senza i partiti estremisti.

La posizione di Ra’am è diversa da quella della Joint List: il movimento sostiene la nascita di uno Stato palestinese e la conclusione dell’occupazione, ma non considera questi obiettivi un requisito indispensabile per ogni collaborazione con i partiti ebraici. La priorità dichiarata è ottenere risultati concreti per le comunità arabe, dai servizi pubblici alla sicurezza.

Anche la Joint List potrebbe avere un ruolo nelle trattative, ma senza entrare formalmente in un esecutivo guidato da partiti sionisti. Yousef Jabareen ha indicato la disponibilità a offrire una «rete di sicurezza» a un governo alternativo sostenuto dal blocco di Gadi Eisenkot, a condizione che vengano assunti impegni politici precisi. Per ora, tali impegni non sono stati concordati.


Un voto arabo più numeroso

La partecipazione elettorale dei cittadini palestinesi di Israele ha superato l’80%. Il dato interrompe una lunga fase caratterizzata da disillusione e scarsa affluenza, alimentata dalla percezione di discriminazioni istituzionali e dal dubbio che i loro rappresentanti potessero incidere davvero sulle decisioni nazionali.

Il risultato consegna quindi ai due partiti un mandato significativo, ma non illimitato. Ora dovranno dimostrare agli elettori di poter trasformare la crescita parlamentare in interventi concreti, dopo anni di peggioramento delle condizioni sociali e di sfiducia verso le istituzioni.

La Joint List riunisce Hadash, Ta’al e Balad. L’alleanza, nata nel 2015, si è ricomposta per il voto del 27 ottobre senza Ra’am, dopo una fase di divisioni e negoziati complessi. A guidarla è Jabareen, docente universitario specializzato in diritti umani; tra le figure più note figurano Ahmad Tibi e Sami Abu Shehadeh.

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Le due linee politiche

Hadash porta nella coalizione temi come giustizia sociale, tutela del lavoro e collaborazione tra cittadini ebrei e arabi. Ta’al combina le rivendicazioni nazionali palestinesi con collegamenti alla sinistra palestinese della Cisgiordania, mentre Balad propone un ordinamento fondato sull’uguaglianza di tutti i cittadini e contesta il primato costituzionale dell’identità ebraica di Israele.

L’alleanza è particolarmente radicata nell’antica Galilea e nel triangolo dei centri palestinesi musulmani e cristiani del nord e del centro del Paese. Cerca però consensi anche tra gli ebrei contrari all’occupazione della Cisgiordania e alla discriminazione dei palestinesi. Il programma comune comprende uguaglianza civile, autodeterminazione palestinese, opposizione all’occupazione e contrarietà alla guerra a Gaza.

Tra i rappresentanti più conosciuti all’estero c’è Ofer Cassif, deputato ebreo di Hadash. La destra ha più volte chiesto la sua espulsione dalla Knesset per avere definito «genocidio» la guerra a Gaza. Shehadeh, invece, ha lasciato le liste elettorali all’inizio di ottobre dopo una richiesta di esclusione presentata dalla destra, che aveva contestato le sue posizioni sul 7 ottobre e sulla situazione nella Striscia di Gaza.

Ra’am affonda le proprie origini nell’ala politica del Movimento islamico israeliano collegata ai Fratelli musulmani. Il partito ha una visione sociale conservatrice e ha il suo principale seguito tra le comunità musulmane, soprattutto nel Negev, dove ha sviluppato strutture religiose, assistenziali e amministrative.


Le priorità di Ra’am

Il riconoscimento dei villaggi beduini, l’edilizia, le infrastrutture e i finanziamenti agli enti locali arabi sono tra le richieste centrali del movimento. La formazione insiste inoltre sul contrasto alla criminalità organizzata, tema rafforzato dalla candidatura di Yoav Segalovitz, ebreo, già dirigente di Yesh Atid e alto funzionario di polizia impegnato contro la criminalità nelle località arabe.

Abbas, ex dentista e imam di 52 anni, ha portato Ra’am fuori dalla Joint List nel 2021 e dentro la maggioranza sostenuta da Naftali Bennett e Yair Lapid. Quella esperienza ha reso il partito la prima, e finora unica, formazione araba indipendente a partecipare a un governo israeliano.

La destra ha accusato Abbas di avere simpatie per Hamas, ma il leader riconosce il diritto degli ebrei all’autodeterminazione nello Stato di Israele. A differenza della Joint List, inoltre, non propone la trasformazione di Israele e Cisgiordania in un unico Stato federale. Il nuovo peso elettorale obbligherà entrambe le formazioni a misurarsi con le aspettative della comunità che le ha riportate al centro dei negoziati.

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