Visto revocato a Martina Stefanoni: perché il Pd chiama in causa Tajani
La giornalista di Radio Popolare aveva già ottenuto l’autorizzazione per entrare in Israele, poi cancellata senza motivazioni dettagliate: ora i dem chiedono un intervento diplomatico.
Il viaggio verso Tel Aviv di Martina Stefanoni, inviata di Radio Popolare, è stato fermato dalla revoca del visto israeliano. La giornalista aveva ricevuto sia il permesso d’ingresso sia l’accreditamento dell’ufficio stampa governativo, ma a pochi giorni dalla partenza le autorità hanno cambiato decisione senza fornire spiegazioni circostanziate.
La comunicazione ufficiale si è limitata a una formula generica: «Le circostanze relative al suo caso sono cambiate». L’emittente ha chiesto chiarimenti al ministero competente, senza ottenere finora una risposta.
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Il Pd chiede spiegazioni a Tajani
La vicenda è approdata anche in Parlamento. I deputati del Partito democratico Lia Quartapelle, Enzo Amendola, Laura Boldrini e Fabio Porta hanno annunciato un’interrogazione rivolta al ministro degli Esteri Antonio Tajani.
La richiesta è di attivare, tramite l’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv e gli altri canali diplomatici, un confronto formale con il governo israeliano. I parlamentari vogliono conoscere le ragioni della revoca, capire quali criteri regolino l’autorizzazione ai giornalisti stranieri e verificare se la decisione possa essere collegata al lavoro della cronista o alla linea editoriale di Radio Popolare.
La direttrice dell’emittente, Lorenza Ghidini, ha definito il provvedimento «un’intollerabile censura da parte del Paese che si definisce l’unica Democrazia del Medio Oriente». Anche la Federazione nazionale della stampa italiana ha espresso solidarietà a Stefanoni, contestando quello che considera un trattamento discriminatorio verso una professionista della stampa libera.
L’Ordine denuncia una selezione dei cronisti
Sul caso è intervenuto anche l’Ordine dei giornalisti, secondo cui il provvedimento rappresenta una seria compressione della libertà di stampa. L’organizzazione sostiene che le autorità israeliane stiano distinguendo tra giornalisti ritenuti graditi e altri considerati scomodi, una modalità che, a suo giudizio, contrasta con i principi democratici.
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L’Ordine ha inoltre ricordato che, dall’inizio dei bombardamenti sulla Striscia di Gaza, ai reporter stranieri non viene consentito l’accesso autonomo nell’enclave. Le rare visite autorizzate avvengono attraverso percorsi organizzati e accompagnati dall’esercito israeliano.
Altri casi nelle ultime settimane
Quello di Stefanoni non è un episodio isolato. Pochi giorni prima, le autorità israeliane avevano negato il visto di lavoro e ritirato il permesso di soggiorno a Serena Bilanceri, giornalista italiana e corrispondente del quotidiano tedesco Taz.
Una situazione analoga ha coinvolto Secunder Kermani, corrispondente britannico di Channel 4. Fermato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, il giornalista è stato interrogato e inizialmente respinto; una comunicazione scritta prospettava anche il trasferimento in un centro per migranti irregolari in attesa dell’espulsione.
Kermani è riuscito a entrare nel Paese dopo l’intervento della sua emittente e di alcuni diplomatici israeliani. Durante il controllo, gli agenti gli avrebbero chiesto anche se ritenesse che Israele stesse commettendo un genocidio a Gaza, alimentando i dubbi sul fatto che il rifiuto iniziale fosse legato più alle sue posizioni pubbliche che a un concreto rischio per la sicurezza.
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