Velo islamico, la sinistra davanti al suo vero tabù
Il dibattito sul velo mette in luce le ambiguità progressiste tra libertà individuale, diritti universali e timore di favorire la destra.
Il confronto sul velo islamico continua a essere affrontato come un terreno minato, ma il punto centrale viene spesso eluso: che cosa accade alla libertà delle donne quando un abito diventa una prescrizione religiosa e sociale? La difficoltà della sinistra nel formulare una posizione netta rivela una contraddizione che non può essere risolta accusando automaticamente chi solleva il problema di razzismo o strumentalizzazione.
Il gesto di Pontida e le accuse a
A Pontida, durante un’iniziativa della Lega, quattro attiviste hanno partecipato a un’azione scenica liberandosi del burqa davanti al pubblico. Da sinistra è arrivata la contestazione: un gesto propagandistico, costruito per alimentare la contrapposizione politica. L’accusa di strumentalizzazione può avere fondamento, ma non cancella il significato dell’azione.
Un gesto simile è stato compiuto in passato dalle Femen e dalle attiviste iraniane impegnate nella protesta per donna, vita e libertà. In contesti dominati dall’islam politico radicale, sostiene questa lettura, le donne subiscono una subordinazione giuridica e sociale e l’uguaglianza tra i sessi resta lontana. Per questo il problema non dovrebbe essere lasciato interamente alla destra, anche quando la destra lo usa per i propri obiettivi.
La libertà non può diventare un alibi
Una parte della sinistra considera il tema del burqa, dell’hijab e del velo una distrazione rispetto alle emergenze economiche e sociali. Tuttavia, la condizione delle donne non è un argomento secondario: riguarda metà della popolazione e dovrebbe occupare una posizione centrale nell’agenda politica e femminista. Anche il rischio di una maggiore influenza dell’islamizzazione in Europa, pur con differenze rilevanti tra i vari Paesi, merita una discussione priva di slogan.
Il dibattito progressista finisce spesso per concentrarsi sulle distinzioni tra le diverse forme di copertura, sulle possibili eccezioni per le minorenni o sul timore di creare tensioni con le famiglie migranti. In altri casi si paragona il velo delle musulmane a quello delle suore cattoliche. Il confronto, però, trascura una differenza decisiva: l’abbigliamento religioso delle suore non stabilisce le regole generali dei rapporti tra uomini e donne, mentre le prescrizioni islamiche sulla copertura femminile vengono presentate come norme della rispettabilità e della modestia.
Il doppio standard del femminismo
In nome dell’intersezionalità, del pensiero decoloniale e dell’opposizione al capitalismo, alcune femministe difendono ogni forma di velo come espressione di autodeterminazione. Criticare l’islam o mettere in discussione una pratica religiosa viene così associato, senza distinguere i casi, a islamofobia, colonialismo e razzismo. La conseguenza è un trattamento diverso rispetto alle critiche rivolte all’ebraismo o al cattolicesimo, mentre anche Hamas viene sottratto all’esame critico nonostante la sua posizione sui diritti delle donne.
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La disparità appare ancora più evidente osservando gli uomini. Barba, abiti o altri simboli di appartenenza religiosa e politica non limitano normalmente la loro libertà di movimento né la loro presenza nello spazio pubblico. Per le donne, invece, il velo può diventare un segnale che stabilisce come debbano comportarsi, quanto corpo possano mostrare e quale posto occupino nella comunità.
Diritti universali senza eccezioni
La celebrazione della moda pudica e delle iniziative dedicate all’orgoglio dell’hijab mostra un’altra tensione. Queste attività generano anche un mercato, mentre in Iran le donne rischiano il carcere per essersi tolte il velo e in Afghanistan vivono una segregazione sessuale drammatica. La distanza tra la celebrazione occidentale della scelta individuale e la repressione esercitata in altri Paesi non può essere ignorata.
La sinistra deve certamente contrastare la crescita della destra neofascista, soprattutto tra i giovani uomini, ma non può sacrificare l’universalità dei diritti femminili per evitare di darle argomenti. Anche se il numero delle bambine velate a scuola fosse ridotto, il principio resterebbe: in uno Stato laico, la tutela delle minori e della loro autodeterminazione dovrebbe prevalere sulle prescrizioni di qualsiasi gruppo religioso o etnico.
Se ogni critica viene sospesa per paura di alimentare la propaganda altrui, il femminismo rinuncia alla propria bussola. La difesa della libertà delle donne non può dipendere dall’identità di chi impone una regola né dall’etichetta politica di chi la denuncia.
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