Ucraina nell’Ue, il voto che può sbloccare il veto ungherese
Budapest lega l’avanzata dei negoziati europei di Kyjiv a una nuova legge sui diritti linguistici della minoranza magiara in Transcarpazia.
Il prossimo passo dell’Ucraina verso l’Unione europea potrebbe dipendere da un voto sulla scuola. Il governo di Budapest ha infatti lasciato intendere che il via libera a nuovi capitoli negoziali arriverà soltanto dopo l’approvazione, da parte di Kyjiv, di norme più ampie per la comunità ungherese della Transcarpazia.
La legge è la nuova moneta
Il progetto presentato dal governo ucraino il primo ottobre traduce in disposizioni concrete l’intesa raggiunta a giugno tra i due Paesi. La proposta rafforza le garanzie per le minoranze la cui lingua appartiene a uno Stato dell’Unione e dovrebbe tutelare maggiormente l’istruzione nella lingua madre, oltre all’uso dei simboli della comunità.
La formulazione è stata studiata per concentrarsi sulle minoranze legate all’Unione europea e non riaprire automaticamente il dossier russo. Per Kyjiv, impegnata nella guerra contro Mosca, la distinzione ha un peso politico rilevante. Budapest ha accolto positivamente il testo, mentre le principali associazioni magiare della regione ne hanno sollecitato l’approvazione rapida.
Se la legge passerà, l’Ungheria potrebbe rimuovere il blocco sui capitoli dedicati al mercato interno e alla competitività. In precedenza Budapest aveva già permesso l’avvio della parte sui fondamenti dello Stato candidato e di quella riguardante le relazioni esterne, ma ora chiede una garanzia inserita nell’ordinamento ucraino, non soltanto un’intesa politica.
Il veto pesa anche sulla Moldova
La contrapposizione tra Budapest e Kyjiv ha finito per rallentare anche il cammino della Moldova. I due Paesi hanno iniziato insieme il percorso di avvicinamento all’Unione e Bruxelles ha preferito mantenerli collegati, benché la candidatura moldava non abbia alcun legame diretto con la controversia sulle scuole ungheresi.
A settembre l’Ungheria era disposta a consentire l’avanzata di Chișinău, mentre continuava a frenare l’apertura di nuovi capitoli per l’Ucraina. Altri governi europei, però, hanno scelto di non separare i due dossier. Le indicazioni impartite da Magyar ai diplomatici ungheresi riguarderebbero ora entrambe le candidature: un accordo con Kyjiv potrebbe quindi sbloccare anche la Moldova.
Una disputa nata oltre un secolo fa
In Transcarpazia vivono circa centomila ungheresi, soprattutto nelle zone vicine al confine. La loro presenza è legata a una ferita storica ancora centrale nella politica di Budapest: il trattato del Trianon, firmato nel 1920 dopo la fine dell’Impero austro-ungarico, privò il Regno d’Ungheria di circa due terzi del territorio e di oltre la metà della popolazione.
Nel corso del Novecento la regione passò dalla Cecoslovacchia al controllo ungherese, quindi all’Unione Sovietica; dal 1991 fa parte dell’Ucraina indipendente. Nella memoria politica ungherese, la comunità di Berehove e dei villaggi circostanti non è dunque considerata una diaspora distante, ma una popolazione rimasta oltre frontiera a causa di quella perdita territoriale.
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Viktor Orbán aveva fatto della tutela degli ungheresi all’estero uno dei pilastri del proprio nazionalismo, arrivando a concedere loro la cittadinanza. Magyar ha preso le distanze dalla linea dell’ex premier sui rapporti con Mosca e sull’Unione europea, ma dispone di margini più ridotti sul tema della Transcarpazia: una concessione giudicata eccessiva potrebbe avere conseguenze immediate sul piano interno.
Kyjiv difende la propria lingua
Per l’Ucraina, soprattutto dopo il 2014, il rafforzamento dell’ucraino è diventato una questione di sicurezza nazionale. L’annessione della Crimea da parte della Russia, accompagnata dalla pretesa di proteggere i russofoni, ha spinto Kyjiv a ridurre l’eredità della russificazione nelle istituzioni, nei mezzi d’informazione e nel sistema scolastico.
La legge sull’istruzione del 2017 ha segnato la rottura con Budapest. Il provvedimento aumentava progressivamente l’impiego dell’ucraino con il proseguire degli studi e limitava i percorsi interamente svolti nelle lingue minoritarie. Per le famiglie magiare significava una presenza crescente dell’ucraino nelle materie insegnate; per il governo ucraino rappresentava invece uno strumento di integrazione nazionale.
La Commissione di Venezia ha riconosciuto entrambe le esigenze: l’Ucraina poteva rafforzare la propria lingua, ma doveva ampliare le protezioni per le minoranze. Da allora le norme sono state modificate più volte, senza però soddisfare Budapest. Al centro restano questioni pratiche come il numero di lezioni in ungherese, il ruolo dell’ucraino, la sorte delle scuole della minoranza e la lingua dei documenti scolastici.
Magyar cambia il prezzo del sì
Con il nuovo premier, l’Ungheria ha ristabilito rapporti meno conflittuali con Bruxelles, ma non ha rinunciato alla leva dell’unanimità. Durante il governo Orbán il veto era stato utilizzato su dossier cruciali per l’Ucraina: nel dicembre 2023 Budapest aveva bloccato i 50 miliardi di euro destinati a sostenere Kyjiv fino al 2027, mentre in seguito aveva rallentato l’impiego del Fondo europeo per la pace e dei proventi degli asset russi congelati destinati agli armamenti.
Magyar mantiene una posizione meno vicina a Mosca, ma considera comunque l’adesione dell’Ucraina un processo nel quale Budapest deve poter negoziare. La differenza rispetto al passato non riguarda quindi l’esistenza del veto, bensì la contropartita richiesta: non più soltanto un ostacolo alla politica europea verso la Russia o l’Ucraina, ma una legge nazionale a tutela della minoranza ungherese.
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