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Attualità 3 min di lettura15 ott

Ucraina, l’asse con Washington vacilla: le carte rimaste a Zelensky

Ruslan Bortnik avverte: l’Europa può sostenere Kiev ma non rimpiazzare in tempi brevi le capacità militari e tecnologiche degli Stati Uniti.

Per l’Ucraina il problema non è ancora una catastrofe, ma l’equilibrio strategico si è fatto molto più fragile. Il sostegno statunitense appare meno prevedibile e Volodymyr Zelensky deve contare sempre di più sull’Europa, senza però poter rinunciare del tutto al rapporto con Washington.

A delineare questo scenario è Ruslan Bortnik, direttore dell’Istituto ucraino di politica, organizzazione indipendente con sede a Kiev. Secondo l’analista, Donald Trump starebbe cercando di condizionare le scelte ucraine senza ricorrere a un ultimatum formale, sfruttando la dipendenza di Kiev da alcune tecnologie americane.

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Kiev perde un pilastro decisivo

Il presidente ucraino, secondo Bortnik, non è privo di alternative, ma dispone oggi di uno spazio politico molto più ristretto. «L’Ucraina sta in equilibrio su una gamba», osserva il politologo, descrivendo il passaggio da una situazione sostenuta da due partner principali — Stati Uniti ed Europa — a una fase nella quale il contributo americano è diventato meno affidabile.

Kiev conserva comunque strumenti rilevanti: la produzione di droni, la capacità di colpire infrastrutture energetiche russe, le forze armate e il sostegno politico dei Paesi europei. La linea indicata da Bortnik consiste nel mantenere unita l’Europa, evitare una frattura definitiva con Washington, continuare la resistenza e guadagnare tempo per rafforzare la posizione nei negoziati.


La pressione americana resta indiretta

Il caso Starlink si colloca, nella lettura dell’analista, dentro una sequenza di segnali che può essere interpretata come pressione indiretta. Bortnik invita però alla prudenza: non vi sarebbero prove pubbliche di un ordine impartito da Trump per limitare il servizio con l’obiettivo di obbligare Kiev ad accettare un accordo con Mosca.

L’amministrazione statunitense dispone di ampi margini nella cooperazione d’intelligence e nella gestione di alcune tecnologie militari, ma deve rispettare i limiti fissati dalla Costituzione e dalle leggi, soprattutto quando gli aiuti sono stati autorizzati dal Congresso. Un ultimatum esplicito, per esempio collegare il mantenimento delle capacità ucraine alla rinuncia agli attacchi contro le raffinerie russe, esporrebbe Trump a rischi politici e giuridici maggiori.

«L’obiettivo può essere chiaro, mentre il meccanismo resta volutamente difficile da ricondurre a una decisione esplicita», spiega Bortnik. L’analista ricorda inoltre che il primo procedimento di messa in stato d’accusa contro Trump era legato proprio all’Ucraina e all’impiego del potere presidenziale e degli aiuti americani come strumenti di pressione politica.

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L’Europa non colma subito il vuoto

L’Unione europea può impedire che Kiev venga lasciata sola, ma non è in grado di sostituire rapidamente l’apparato strategico e tecnologico degli Stati Uniti. Tra le capacità più difficili da rimpiazzare Bortnik indica l’intelligence satellitare, i sistemi di allerta contro i missili balistici, parte delle infrastrutture Starlink e Starshield, i sistemi Patriot con i relativi intercettori, alcune tecnologie a lunga gittata e la rete americana di raccolta e analisi delle informazioni.

Per rendere più incisiva la propria presenza diplomatica, l’Europa dovrebbe inoltre superare la frammentazione delle sue posizioni. Bortnik considera utile l’idea di affidare i negoziati a un unico rappresentante e indica Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, come possibile figura di riferimento.

«Costa potrebbe contribuire a colmare il vuoto politico, ma non quello strategico e tecnologico», precisa l’analista. Il peso economico europeo è significativo, ma la pluralità dei governi rende più difficile trasformarlo in una linea negoziale unica.


L’incognita sulle scelte di Trump

A Kiev molti sperano ancora che l’attuale orientamento della Casa Bianca sia soltanto temporaneo e non preluda a un riavvicinamento stabile tra Stati Uniti e Russia. Questa attesa, tuttavia, potrebbe rivelarsi troppo ottimistica: dopo le elezioni di metà mandato, la politica americana inizierà a concentrarsi anche sulla corsa presidenziale del 2028.

Bortnik non parla di una situazione già precipitata, ma vede segnali preoccupanti. «Non definirei la fase attuale una catastrofe per l’Ucraina. Siamo ancora lontani da quel punto, ma i sintomi di una crisi strategica sono evidenti».

La domanda centrale riguarda ora la possibilità per Kiev di costruire una strategia sostenibile mentre le politiche americana ed europea non procedono più automaticamente nella stessa direzione. Nel frattempo, avverte l’analista, la Russia si sta adattando più velocemente di quanto molti avessero previsto.

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