Trump e Zelensky: il copione che torna utile a Mosca
Dalle accuse del 2019 alla presunta tregua energetica, il rapporto tra la Casa Bianca e Kyjiv segue una linea coerente: indebolire l’Ucraina e proteggere Trump dai suoi problemi interni.
Il presunto tradimento di Donald Trump ai danni di Volodymyr Zelensky, evocato in queste ore, appare una lettura fuorviante: il presidente statunitense non ha mai costruito un rapporto di sostegno con il leader ucraino. Al contrario, lo ha attaccato fin dal primo mandato, seguendo una linea compatibile con gli interessi del Cremlino.
La novità, semmai, è il ritorno dell’offensiva politica contro Kyjiv proprio mentre Trump affronta difficoltà interne, tra carburanti costosi, inflazione e conseguenze della guerra in Iran. L’Ucraina torna così a essere il bersaglio utile per spiegare agli elettori americani problemi che la Casa Bianca fatica ad attribuire alle proprie scelte.
Il precedente che portò all’impeachment
Il primo scontro decisivo tra Trump e Zelensky risale al 2019. In una telefonata, l’allora presidente americano fece pressioni sul collega ucraino perché producesse materiale compromettente contro il figlio di Joe Biden, legando quella richiesta a un finanziamento da quattrocento milioni di dollari destinato all’Ucraina.
L’ipotesi di un complotto ucraino contro gli Stati Uniti, sostenuta da Trump, era una costruzione della disinformazione russa. Serviva a spostare sull’Ucraina le responsabilità di Mosca nelle interferenze sulle elezioni presidenziali americane del 2016 e a offrire a Trump una giustificazione contro le accuse legate al Russiagate.
La vicenda sfociò nel primo procedimento di impeachment contro Trump, avviato dalla Camera dei rappresentanti. Il presidente riuscì a evitare la condanna al Senato grazie al voto dei repubblicani, con uno scarto di soli quattro senatori.
In quel contesto anche Giuseppe Conte, allora presidente del Consiglio, concesse spazio alla ricostruzione promossa da Washington e arrivò a mettere l’intelligence italiana a disposizione dell’allora ministro della Giustizia americano William Barr. Per questo, secondo questa lettura, non esiste oggi alcun tradimento improvviso: l’ostilità di Trump verso Zelensky nasce da quella crisi.
La nuova offensiva serve a Trump
Dopo una pausa legata alle difficoltà della guerra in Iran, Trump è tornato ad attaccare il presidente ucraino. Il momento non sarebbe casuale: tra un mese sono previste negli Stati Uniti le elezioni di metà mandato e il presidente arriva all’appuntamento indebolito dall’aumento del prezzo della benzina.
Il costo dei carburanti viene collegato al fallimento dell’intervento americano in Iran, che avrebbe lasciato agli ayatollah e ai pasdaran il controllo dello stretto di Hormuz. La situazione avrebbe inoltre esposto i Paesi arabi produttori alle pressioni iraniane e agli attacchi degli houthi dello Yemen, dopo il disimpegno degli Stati Uniti.
A pesare sul consenso della Casa Bianca ci sarebbe anche un’inflazione mai realmente domata. La politica dei dazi, descritta nel testo come grottesca e dannosa, avrebbe aggravato le difficoltà dell’economia americana, rendendo ancora più conveniente per Trump cercare un responsabile esterno.
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In questa cornice si inserisce il rapporto con Vladimir Putin. Il leader russo avrebbe messo a disposizione degli Stati Uniti una quantità limitata delle proprie riserve di diesel, ricevendo in cambio un allentamento delle sanzioni energetiche che Mosca potrebbe utilizzare per rafforzare i partiti europei favorevoli alle sue posizioni. La fornitura, tuttavia, coprirebbe il fabbisogno americano soltanto per quattro giorni.
La tregua annunciata senza Kyjiv
Trump ha anche comunicato l’esistenza di una tregua energetica tra Mosca e Kyjiv. L’annuncio sarebbe arrivato dopo una telefonata con Putin, mentre i rappresentanti ucraini presenti a Miami per discutere una posizione comune con gli americani non ne erano informati.
Secondo il testo, nemmeno la delegazione statunitense sarebbe stata necessariamente coinvolta nella decisione. La tregua, inoltre, non avrebbe avuto seguito concreto: l’unica proposta formale sarebbe stata quella avanzata da Zelensky, respinta pubblicamente dalla Russia, che avrebbe continuato a colpire infrastrutture civili e cittadini ucraini.
La distanza tra gli annunci della Casa Bianca e la realtà sul terreno viene accostata alle precedenti tregue con l’Iran, annunciate da Trump sui social ma prive di risultati duraturi. In questa ricostruzione, Putin appare come il leader disposto alla pace, mentre Zelensky viene presentato come l’ostacolo alla normalizzazione.
Kyjiv non si fida più di Washington
La fiducia degli ucraini negli Stati Uniti si sarebbe spezzata il 20 gennaio 2025, con il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Da allora Washington avrebbe smesso di finanziare la resistenza, sospeso in più occasioni la condivisione delle informazioni di intelligence e rallentato o bloccato consegne di armi già autorizzate dall’amministrazione Biden.
A questo si aggiunge il tentativo di allontanare Zelensky dalla Casa Bianca davanti alle telecamere e la richiesta di denaro agli europei per forniture militari destinate alla difesa dell’Ucraina. Le posizioni accolte da Trump coincidono, secondo il testo, con gli obiettivi di Putin: ridurre l’indipendenza ucraina, ottenere l’annessione di territori e installare a Kyjiv un governo subordinato a Mosca.
Nonostante l’assenza del sostegno americano, l’Ucraina avrebbe sviluppato una maggiore autonomia militare e tecnologica. La produzione interna di armi, l’impiego dei droni e la capacità di colpire infrastrutture strategiche russe hanno permesso a Kyjiv di resistere e di avanzare in alcuni settori.
Il quadro descritto è quello di un Paese che ha continuato a combattere senza l’aiuto decisivo di Washington. Sullo sfondo, la politica italiana sembra concentrarsi su altre questioni, mentre i sostenitori europei delle posizioni russe tornano a pronosticare la fine di Zelensky e della resistenza ucraina.
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