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Attualità 3 min di lettura12 ott

Eolico galleggiante, la partita del Sud: energia sì, ma con regole precise

Il Mediterraneo ha le condizioni per ospitare una filiera industriale dell’eolico in mare, a patto di proteggere gli ecosistemi e distribuire i vantaggi alle comunità costiere.

Il vento del Mediterraneo potrebbe trasformarsi in una risorsa industriale capace di produrre elettricità, tecnologie e occupazione. La sfida, però, non consiste soltanto nell’installare turbine in mare: riguarda il modo in cui porti, imprese, territori e istituzioni sapranno costruire una filiera nazionale senza ripetere il vecchio schema delle risorse generate al Sud e del valore concentrato altrove.

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Il Sud può guidare la filiera

Le tecnologie galleggianti rendono praticabili progetti in aree caratterizzate da fondali profondi, frequenti in molte zone del Mediterraneo. Il Mezzogiorno dispone inoltre di porti, spazi marittimi adatti e competenze industriali che potrebbero essere messe a sistema.

Taranto e Brindisi, in particolare, potrebbero assumere funzioni complementari all’interno dello stesso comparto. La filiera comprenderebbe la realizzazione delle strutture galleggianti, il montaggio degli aerogeneratori, i trasporti, la manutenzione, la ricerca e la preparazione di tecnici specializzati. Il progetto potrebbe coinvolgere anche altri scali meridionali e creare collegamenti con aziende attive negli altri Paesi mediterranei.

L’occasione, emersa anche durante Offshore Wind Revolution, l’incontro organizzato a Taranto con istituzioni, aziende e specialisti del settore, non coincide tuttavia con la semplice produzione di energia. L’obiettivo dovrebbe essere trattenere nei territori una quota significativa delle attività più qualificate, così da evitare che il Mezzogiorno ospiti soltanto gli impianti mentre progettazione, decisioni e ricavi si concentrano altrove.


La tutela del mare resta decisiva

La sostituzione delle fonti fossili non può avvenire sacrificando gli ambienti marini. Il Mediterraneo è attraversato dalle rotte commerciali e sostiene pesca, turismo e numerose attività costiere: non può essere trattato come una superficie libera da vincoli.

Per questo la pianificazione dello spazio marittimo dovrà diventare uno strumento operativo, non soltanto un adempimento. Una direttiva dell’Unione europea del 2014 ha introdotto questo approccio, mentre l’Italia ha approvato nel 2024 i propri Piani di gestione dello spazio marittimo. Spetta ora alle autorità individuare i siti compatibili, analizzare gli effetti cumulativi, proteggere gli habitat e valutare le possibili interferenze con navigazione e pesca, coinvolgendo le comunità interessate.

Un impianto rinnovabile non è sostenibile in qualunque posizione. La scelta non dovrebbe contrapporre energia e ambiente, ma stabilire condizioni precise perché la produzione elettrica conviva con la salvaguardia degli ecosistemi.

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Benefici da restituire alle coste

Resta aperto anche il tema della distribuzione dei vantaggi economici. In Francia una normativa assegna una parte delle entrate fiscali legate a determinati impianti marini ai comuni costieri, al comparto ittico, alla biodiversità e al soccorso in mare. Un meccanismo simile potrebbe essere valutato anche in Italia, adattandolo alle regole nazionali.

Le risorse destinate ai territori potrebbero sostenere pesca sostenibile, controlli ambientali, formazione, comunità energetiche e riduzione della spesa per l’elettricità delle popolazioni locali. Non si tratterebbe di semplici somme per attenuare il dissenso, ma di una partecipazione concreta alla ricchezza generata dall’utilizzo industriale del mare.


L’Italia deve sciogliere i nodi

Francia e Spagna si stanno muovendo: la prima ha avviato i primi parchi galleggianti del Mediterraneo, mentre la seconda punta su pianificazione e sperimentazione. L’Italia conserva margini importanti, ma il vantaggio non durerà senza decisioni rapide.

A Taranto è stata indicata la necessità di rendere più prevedibili gli investimenti, definire gli incentivi e adeguare le infrastrutture portuali. Annunciare un polo nazionale dell’eolico marino senza chiarire risorse e regole rischia di frenare le aziende. La città, segnata dalle conseguenze ambientali e sociali di precedenti modelli industriali, potrebbe diventare il banco di prova di una transizione diversa, capace di tenere insieme produzione, tutela e qualità della vita.

La posta in gioco non riguarda soltanto il futuro dell’elettricità. Si tratta di decidere quale industria costruire e quale spazio assegnare al Mezzogiorno nell’economia dei prossimi anni: il vento che un tempo spingeva le navi verso altri porti potrebbe contribuire a creare opportunità sufficienti per rendere meno inevitabile la partenza dei giovani.

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