The Strokes a Bologna: il passato esplode, ma la sorpresa è un’altra
Un’unica data italiana dopo una lunga attesa: la band newyorkese riempie l’Unipol Arena, alternando i classici alle novità di Reality Awaits
A Bologna il tempo degli Strokes non è tornato indietro: ha cambiato forma. Dopo dodici anni dall’ultima apparizione italiana, la band newyorkese ha riempito l’Unipol Arena portando sul palco i brani che hanno segnato il rock dei primi anni Duemila, ma anche le tracce più recenti di Reality Awaits. Il risultato è un concerto sospeso tra memoria e trasformazione, capace di sorprendere senza rinunciare alle canzoni più amate.
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Casablancas sfida le aspettative
L’attesa italiana era cresciuta anche per il precedente del 2011, quando l’esibizione di Vigevano si era interrotta per problemi tecnici ed era ripresa con una scaletta ridotta. A Bologna, invece, l’unica tappa nazionale del tour ha trovato un’arena esaurita, alimentata da biglietti diventati difficili da reperire e da una formazione apparsa in condizioni migliori rispetto agli ultimi anni.
Julian Casablancas è entrato in scena con un lungo cappotto nero e gli occhiali da sole, mantenendo quell’abbigliamento per tutta la serata nonostante il caldo. Ha oscillato sul palco, in alcuni momenti ha cantato rivolto verso il pubblico e in altri gli ha voltato le spalle. La distanza si è però dissolta quasi subito: già con Reptilia, il secondo brano della serata, il cantante ha reagito stupito all’entusiasmo dell’arena.
I classici resistono al cambiamento
La scaletta ha intrecciato i passaggi fondamentali della carriera con il materiale più nuovo. Hard to Explain, Someday, Last Nite, Take It or Leave It e The Adults Are Talking hanno incontrato Tyrants of the Mellow Moon, scelto per aprire il concerto, oltre a Lonely in the Future e Dine N’ Dash. Quest’ultimo ha confermato la tendenza degli Strokes a muoversi in direzioni diverse rispetto alla formula degli esordi.
Il gruppo ha iniziato a modificare il proprio linguaggio già dopo Room on Fire, pubblicato nel 2003. Is This It?, uscito nel 2001, aveva fissato i riferimenti del revival garage rock e trasformato la voce svogliata di Casablancas in un modello imitato da numerose band. In seguito sono arrivati gli esperimenti di Angles e Comedown Machine, poi l’equilibrio differente di The New Abnormal, del 2020.
Reality Awaits, pubblicato lo scorso luglio e prodotto da Rick Rubin, ha accentuato questa distanza dal passato. L’uso dell’Auto-Tune sulla voce di Casablancas ha diviso ascoltatori e critici, ma resta uno degli aspetti più caratteristici del disco. Anche le critiche del recensore musicale Anthony Fantano sono diventate materia per una risposta della band, affidata proprio a Lonely in the Future.
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Una sorpresa nel cuore del concerto
Il rapporto con il pubblico non si è indebolito, anche se la band appare meno interessata a ripetere l’immagine costruita all’inizio della carriera. Casablancas ha mantenuto il suo comportamento imprevedibile: durante alcune date londinesi aveva improvvisato battute, modificato i testi e rallentato diversi pezzi. A Bologna, dopo aver chiesto quanti spettatori non fossero della città, ha osservato la distesa di mani alzate e ha scherzato invitandoli a uscire.
La componente politica, già emersa il 2 ottobre a Flushing Meadows, a New York, è comparsa anche attraverso un momento inatteso. In quell’occasione Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez avevano introdotto il gruppo parlando di disuguaglianze economiche e opposizione all’autoritarismo. Nel capoluogo emiliano, invece, è stato Fabrizio Moretti a spostare il concerto su un terreno diverso: il batterista italiano ha intonato Bella ciao, coinvolgendo Casablancas e l’intera arena prima di riprendere lo strumento e lanciare Lonely in the Future.
Una band ancora influente
Sul palco, la distanza tra gli Strokes del 2001 e quelli di oggi è evidente, ma non cancella l’intesa tra Casablancas, Nick Valensi, Albert Hammond Jr., Moretti e Nikolai Fraiture. L’arrivo della band è stato preceduto dalle esibizioni di Alex Cameron e Fat White Family, mentre il pubblico ha aspettato soprattutto i brani capaci di riaccendere il legame con la prima fase del gruppo.
Nel 2018 Alex Turner degli Arctic Monkeys cantava di voler essere uno degli Strokes: una frase che sintetizza l’impatto esercitato dalla formazione newyorkese sugli artisti arrivati dopo. A Bologna, però, non è comparsa una copia della band del 2001. Sono saliti sul palco gli Strokes del presente: ancora in grado di far saltare un’arena con Reptilia e Last Nite, ma anche pronti a sorprendere con una scelta come Bella ciao.
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