Tfr pubblico, tempi ridotti dal 2028 ma non per tutti
La manovra stanzia 3,1 miliardi in dieci anni e interviene soltanto sui pensionamenti per vecchiaia
La manovra accorcia i tempi del Tfr per i dipendenti pubblici che andranno in pensione per vecchiaia. Il percorso partirà dal 2028 e si concluderà nel 2035.
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La decisione della Consulta
La Corte costituzionale esaminerà nuovamente la materia il 14 gennaio 2027. L’udienza finale è stata fissata per consentire al Governo di intervenire prima del giudizio.
I precedenti pronunciamenti avevano già segnalato le criticità della disciplina. Nel 2019 la sentenza 159 aveva definito la normativa «non priva di aspetti problematici», mentre nel 2023 la sentenza 130 aveva sollecitato «un intervento riformatore prioritario». L’ordinanza 25 del 5 marzo scorso ha poi indicato la data dell’udienza conclusiva.
La Corte dovrà valutare il rapporto tra il diritto alla retribuzione differita, tutelato dall’articolo 36 della Costituzione, e la necessità di preservare l’equilibrio dei conti pubblici. L’intervento inserito nella legge di bilancio punta a evitare una pronuncia di incostituzionalità, che potrebbe imporre una revisione più ampia e immediata.
Come cambiano le liquidazioni
Nei primi tre anni della riforma, il periodo che separa il pensionamento dal pagamento della prima quota diminuirà di tre mesi ogni anno. La riduzione si aggiungerà a quella già introdotta dalla precedente legge di bilancio, che aveva portato l’attesa da 12 a 9 mesi.
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Dal 2031 cambierà invece la soglia che determina il pagamento a rate. Il limite attuale di 50mila euro sarà innalzato di 10mila euro all’anno per la prima tranche, fino alla cancellazione completa del tetto dal 1° gennaio 2035. Da quella data, chi lascerà il lavoro per raggiunti limiti di età o di servizio riceverà il Tfr senza rateizzazione, come accade nel settore privato.
Chi resta escluso
La misura richiederà 3,1 miliardi di euro nell’arco di dieci anni. Si tratta di una spesa molto inferiore ai 15,6 miliardi stimati dall’Inps per eliminare subito tutti i rinvii previsti dalla disciplina attuale.
Nessun cambiamento è previsto per chi interrompe il rapporto di lavoro per dimissioni, anzianità o passaggio a un impiego privato. In questi casi la prima quota continuerà ad arrivare dopo 24 mesi, con versamenti annuali fino a 50mila euro ciascuno.
Per le liquidazioni superiori a 100mila euro, il calendario può quindi estendersi fino a cinque anni, senza contare eventuali ritardi amministrativi. La manovra interviene dunque soltanto su una parte dei dipendenti pubblici e lascia invariato il trattamento riservato agli altri casi di cessazione.
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