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Attualità 3 min di lettura54 min fa

Televisione, cervello più a rischio che sulle reti sociali

Il confronto tra Ponzani e La Russa riaccende una polemica sui titoli, mentre Travaglio critica il dibattito televisivo

Per l’autrice, a consumare più rapidamente la lucidità non sono i brevi video delle reti sociali, ma i programmi di dibattito televisivo. La tesi nasce da alcune recenti polemiche viste in tv e dal confronto tra giornalisti, politici e ospiti.

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Travaglio rifiuta il confronto

La sera prima, nello studio di Lilli Gruber, Marco Travaglio aveva respinto l’ipotesi di un confronto con Per Brevità Maria, interessato all’acquisto de Il Fatto. La proposta della conduttrice si collegava a un’intervista nella quale l’imprenditore aveva raccontato di aver chiesto Travaglio come interlocutore durante una sua partecipazione dalla Dietlinde, ma di essersi visto opporre il rifiuto dell’ufficio stampa di Del Vecchio.

Travaglio ha definito l’operazione societaria «una questione molto seria» e ha escluso che un eventuale incontro potesse trasformarsi in «un Bagaglino, in un circo Barnum, o in un talk dove si chiacchiera del più e del meno». Gruber ha replicato che da giornalista doveva comunque tentare di organizzarlo, pur trattandosi di questioni legate a società quotate in Borsa.


La critica di Beppe Sala

Nella stessa trasmissione è intervenuto Beppe Sala, preoccupato per l’influenza delle reti sociali sulle nuove generazioni. Il sindaco di Milano ha sostenuto che queste piattaforme abbiano indebolito il dialogo tra adulti e giovani, favorendo soprattutto pochi grandi gruppi statunitensi.

Secondo l’autrice, Sala trascura però il materiale prodotto dalla televisione. In quello stesso spazio Massimo Giannini aveva confuso la giornata di una sua presenza a Milano, sostenendo che non ci fossero state tensioni quando i telegiornali si riferivano in realtà al giorno precedente. Nessuno, osserva, aveva corretto l’errore in studio.


Il caso dei titoli accademici

La polemica più recente riguarda Michela Ponzani e Ignazio La Russa. La storica, ospite di Gruber, aveva ricordato la presenza di La Russa a una manifestazione fascista nel secolo scorso; lui aveva reagito annunciando una querela e riferendosi a lei come alla «signora Ponzani».

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Ponzani ha contestato quella formula, sostenendo che il titolo di professoressa richieda anni di lavoro e che per le donne arrivare ai vertici sia ancora più difficile. In televisione ha parlato anche della propria onorabilità e professionalità, spiegando di essersi già rivolta a un legale per tutelare le sue ragioni.


Una gerarchia dello spreco

L’autrice racconta di aver seguito l’episodio soltanto per verificare una polemica intravista sui social, approfittando del fatto che l’applicazione di La7 funzionasse. Di norma evita i programmi televisivi, considerati il livello peggiore della sua personale scala dei contenuti inutili: offrono visibilità ai giornalisti, ma spesso ospitano discussioni giudicate povere.

Al secondo posto colloca i social basati sulla scrittura, in particolare Facebook e la piattaforma un tempo chiamata Twitter. A suo giudizio sono più corrosivi dei video brevi perché permettono a utenti che si attribuiscono competenza e autorità morale di pubblicare lunghi interventi sui problemi del mondo, spesso accompagnati da reazioni emotive e approvazioni rapide.


Dai nobili ai programmi tv

La diffidenza verso i titoli, osserva l’autrice, le ricorda un episodio vissuto a Roma circa trentacinque anni fa. Magda, siciliana e convinta che un titolo nobiliare le sarebbe spettato in un’altra epoca, si era risentita quando qualcuno l’aveva chiamata «signora» invece di marchesa. A Bologna, invece, il marchese era il nome dato al ciclo mestruale: un’associazione che rendeva la scena ancora più comica.

I filmati di Instagram e TikTok, al contrario, vengono considerati un pericolo limitato. Guardare qualcuno alle prese con un prodotto anticalcare miracoloso non modifica la qualità della prosa né intacca le capacità mentali; leggere lunghi interventi pseudoeruditi o assistere a certe discussioni televisive produce, secondo l’autrice, l’effetto opposto.

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