Teheran riapre agli esiliati? Il segnale ambiguo della nuova Iran
La guerra ha riacceso il patriottismo anche tra gli oppositori all’estero, mentre il ritorno di artisti e le aperture dei Pasdaran restano sospesi tra prudenza e repressione.
Il futuro degli iraniani rientrati dall’esilio resta difficile da leggere. Da una parte, la nuova leadership sembra cercare un rapporto meno rigido con il mondo della cultura; dall’altra, il ritorno di figure considerate ostili al potere continua a esporle a rischi e attacchi. Al centro di questa ambiguità c’è Hossein Taeb, uomo di primo piano dell’apparato di sicurezza.
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Taeb cambia tono, ma non strategia
Nell’agosto 2026 Taeb è stato riportato alla guida dei Basiji, incarico già ricoperto tra il 2007 e il 2009. In precedenza aveva diretto l’intelligence dell’Irgc fino al 2022. Il suo nome è legato alle repressioni del 1999 e del 2009, oltre che alle operazioni contro cittadini iraniani con doppia nazionalità.
Il 15 settembre, parlando davanti ai Pasdaran, ha però invitato ad allargare il dialogo con gli artisti: «In questa nuova fase allarghiamo un po’ il circolo, aprite le braccia agli artisti, abbandoniamo l’approccio difensivo nei confronti delle arti e portiamole nella regione e nel mondo». La svolta potrebbe riflettere il nuovo corso di Mojtaba Khamenei, oppure essere soltanto una pausa tattica in attesa che il vertice si stabilizzi.
Due letture per la nuova apertura
Secondo le ricostruzioni di Amwaj, Taeb potrebbe stare consolidando la propria posizione accanto a Mojtaba Khamenei, al quale è storicamente vicino. In passato avrebbe sostenuto la successione ereditaria alla guida della Repubblica islamica e proprio per questo sarebbe stato messo ai margini da Ali Khamenei, contrario a quella soluzione.
L’interpretazione più cauta considera invece le sue parole una manovra temporanea. Le condizioni di salute di Mojtaba Khamenei non sono note e, se il nuovo assetto dovesse rivelarsi fragile, Taeb potrebbe tornare a esercitare il ruolo duro che lo ha reso una figura temuta. Per gli artisti rientrati nel Paese, dunque, l’apertura annunciata non equivale ancora a una garanzia.
La guerra riaccende il patriottismo
I bombardamenti israeliani e statunitensi hanno modificato il clima politico e sociale oltre gli equilibri della leadership. Il dissenso verso il regime non è scomparso, ma le minacce pronunciate da Donald Trump e Pete Hegseth sulla possibile cancellazione di una civiltà e sulla distruzione dei luoghi culturali hanno spinto molti iraniani, anche tra gli oppositori, a reagire in nome dell’identità nazionale.
Una mobilitazione di massa era già emersa durante i funerali dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei, a cui avevano partecipato milioni di persone. La stessa dinamica ha coinvolto parte della diaspora: davanti al rischio per la sovranità dell’Iran, alcuni esiliati hanno ridimensionato le proprie contestazioni e condannato l’intervento militare, temendo che il Paese potesse subire una sorte simile a quella dell’Afghanistan.
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Oltre cento rientri autorizzati
Abbas Salehi, ministro della Cultura e dell’Orientamento islamico, ha riferito che più di 100 persone residenti all’estero hanno ottenuto negli ultimi mesi il permesso di rientrare. Tra loro figurano personalità che non tornavano in Iran da decenni e che, in assenza del conflitto, probabilmente non avrebbero programmato un ritorno.
Il 30 settembre sono arrivati a Teheran Bijan Mortazavi e la moglie Nila Farroukhi. Il cantante e violinista, oggi 69enne, vive negli Stati Uniti dal 1979: è noto per il suo violino bianco e per brani trasmessi dalla televisione di Stato, benché i suoi dischi siano vietati nel Paese. Farroukhi ha spiegato ai mezzi d’informazione locali che la scelta è nata dal desiderio di restare accanto alla popolazione durante la guerra.
Namjoo torna tra dubbi e minacce
Un altro rientro significativo è quello di Mohsen Namjoo, tornato in Iran a giugno dopo aver lasciato il Paese nel 2007, poco dopo la pubblicazione di Toranj. Nel 2009 il cantautore folk-blues era stato condannato in contumacia a cinque anni per contenuti ritenuti lesivi del Corano.
Il suo viaggio sarebbe stato concordato con l’Irgc attraverso l’ambasciata iraniana in Turchia, secondo quanto riportato dall’agenzia Fars. Namjoo ha diffuso su Instagram un appello rivolto agli altri artisti emigrati, ma la sua posizione giuridica non è ancora definita: ha detto di avere chiesto la grazia e di attendere la decisione del giudice. «Quel che ho fatto in questi anni di esilio è considerato un crimine in Iran, ma le autorità mi stanno aiutando», ha dichiarato.
Il ritorno ha comunque provocato reazioni molto dure. Maysam Nili, attivista radicale, proprietario di Rajanews e parente dell’ex presidente Ebrahim Raisi, ha chiesto una punizione esemplare per il musicista, accusandolo di essere «un traditore che complottava un colpo di Stato con gli americani e gli israeliani».
Il precedente di Habib alimenta la prudenza. Il cantante era rientrato nel 2009 dopo 26 anni trascorsi all’estero, ma non aveva mai ricevuto l’autorizzazione a riprendere la propria attività musicale. Malato, è morto nel 2016. Per questo, il ritorno degli artisti può essere letto tanto come un segnale di ricomposizione nazionale quanto come un esperimento ancora reversibile.
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