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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Slam, il titolo mondiale che in Italia ci attribuiamo troppo presto

Tre chiarimenti sulla poesia da slam: dalle forme ammesse alla storia della gara, fino alla differenza tra il successo di Parigi e un vero campionato mondiale.

Il titolo di campione mondiale assegnato in Italia ad alcuni poeti da slam richiede una precisazione: le vittorie ottenute a Parigi sono importanti, ma non equivalgono automaticamente alla conquista di un campionato globale. Anche l’idea di una specifica “poesia da slam” rischia di essere fuorviante, perché lo slam nasce come spazio aperto a linguaggi e pratiche molto diverse.


Parigi non assegna il titolo globale

Negli ultimi anni tre autori italiani hanno conquistato per tre volte consecutive una gara internazionale organizzata a Parigi. L’evento è stato ideato dal poeta francese Pilot Le Hot, che lo ha chiamato Coppa del mondo di poesia da slam. Proprio questa denominazione ha favorito l’equivoco: in Italia quei vincitori sono stati spesso presentati come campioni mondiali.

La manifestazione parigina coinvolge poeti provenienti da varie aree del pianeta, ma il numero dei Paesi partecipanti si limita generalmente a qualche decina. Il successo resta significativo e merita di essere celebrato, tuttavia non certifica il primato assoluto a livello mondiale. Inoltre, una gara condizionata da fattori casuali e dal contesto della serata potrebbe produrre risultati differenti se si svolgesse a Praga, Toronto, Chicago o Città del Capo.


Il mondiale sta prendendo forma

Un progetto più vicino a un vero campionato globale è promosso dalla World Poetry Slam Association, attiva dai primi anni Venti. Il sistema prevede selezioni continentali per le Americhe, l’Europa e l’Africa: dai tre percorsi escono dieci qualificati ciascuno, mentre gli altri dieci posti vengono assegnati tramite inviti a rappresentanti di Asia e Oceania, dove non sempre esistono circuiti nazionali strutturati.

La prima edizione si è svolta a Bruxelles nel 2022, la seconda a Rio de Janeiro nel 2023, la terza a Lomé nel 2024 e la quarta a Ciudad Juarez nel 2025. La tappa successiva è prevista a ottobre a Durban. Per quell’edizione sono indicati 67 Paesi e oltre 200 poeti impegnati nelle fasi di qualificazione, con una partecipazione estesa a tutti e sei i continenti. È un percorso ancora in costruzione, ma il vincitore di questa competizione potrà essere definito con maggiore fondamento campione mondiale; finora, tra questi vincitori, non risultano italiani.


Lo slam non è uno stile unico

Anche l’espressione “slam poetry” porta con sé una semplificazione. Durante una gara possono convivere poesia lirica, ricerca, sperimentazione, comicità, forme neosimboliste e scrittura orfica. Lo slam, in questo senso, è soprattutto un contenitore: non impone un’unica poetica né un modello formale obbligatorio.

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Una certa uniformità può però emergere quando l’obiettivo principale diventa vincere. Chi cerca di replicare il percorso degli autori già premiati rischia di combinare in modo ricorrente elementi della comicità dal vivo, della declamazione politica e del sentimentalismo. Questa miscela può essere considerata una deriva competitiva, non una categoria autonoma della poesia.


Dallo spettacolo alla competizione

Alle origini, il nome Poetry slam indicava un’intera serata ideata da Marc Kelly Smith a Chicago alla fine degli anni Ottanta. Il programma comprendeva sperimentazioni con diversi mezzi, poesia orale, esibizioni aperte e azioni poetiche, oltre a molte altre forme di ricerca. La gara fu inserita in seguito, come conclusione più leggera e coinvolgente di un appuntamento ricco di esperienze formali.

L’obiettivo iniziale era difendere il valore della poesia eseguita davanti a un pubblico, in un ambiente letterario che tendeva a respingerla proprio per la sua dimensione vocale e performativa. Anche i primi slam italiani si muovevano in questa direzione: riconoscere alla poesia una natura profondamente orale e legata al tempo, al corpo, ai gesti e al respiro.

Per questo lo slam può essere letto come una diramazione delle ricerche sulla poesia orale e sulla performance. Ridurlo alla sola classifica significa perdere una parte della sua storia e trasformare un’esperienza artistica ampia in una semplice gara. Sarebbe quindi più corretto parlare, nel caso parigino, di un successo internazionale italiano, senza presentarlo come la prova di tre titoli mondiali.

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