Ricina, il mistero delle ricerche online: il doppio avvelenamento
Il medico del Cardarelli ricostruisce gli ultimi giorni di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, mentre gli investigatori cercano il computer usato per consultare informazioni sulla ricina.
Le ricerche in rete sulla ricina e il romanzo usato come possibile giustificazione riportano l’attenzione sul caso di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita. Le due donne morirono tra il 27 e il 28 dicembre dopo avere assunto dosi di veleno risultate, secondo le analisi, 250 volte oltre la soglia letale.
A occuparsi di loro al pronto soccorso del Cardarelli di Campobasso fu Pietro Vuotto, 58 anni, oggi indagato per omicidio colposo insieme ad altri quattro medici. Il suo racconto si intreccia con i nuovi accertamenti della Procura di Larino, che procede per duplice omicidio premeditato contro ignoti.
Le ricerche che portano al computer
La squadra mobile di Campobasso ha perquisito l’abitazione e due studi di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, commercialista. Durante l’operazione sono stati acquisiti una borsa appartenuta alla donna e una copia di “Tiro al piccione”, romanzo di Giose Rimanelli ambientato tra guerra e Resistenza.
Gli investigatori dello Sco stanno inoltre cercando di identificare il dispositivo dal quale sarebbero state effettuate alcune consultazioni sulla ricina. L’obiettivo è risalire all’indirizzo Ip e al computer utilizzato. Già nei mesi scorsi era emersa la presenza online di un utente anonimo che chiedeva informazioni sull’acquisto di grandi quantità della sostanza, sostenendo di averne bisogno per scrivere un libro.
In un messaggio veniva descritto il dubbio su come avrebbe reagito una vittima dopo avere ingerito il veleno. Un’altra richiesta riguardava invece quale sostanza, assunta per bocca o tramite iniezione, potesse uccidere un personaggio immaginario. Gli investigatori devono ora stabilire se quelle domande abbiano un collegamento concreto con la vicenda familiare.
Il primo accesso sembrava diverso
Il 26 dicembre Antonella e Sara arrivarono in ospedale insieme a Gianni Di Vita. Secondo Vuotto, le due donne presentavano vomito, diarrea e dolori addominali, mentre l’uomo accusava crampi, debolezza, mal di testa e nausea, senza riferire episodi di vomito.
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Antonella, a metà mattina, appariva in miglioramento e parlò con il medico per circa dieci minuti. La valutazione iniziale fu quella di un’infezione gastrointestinale; lei e il marito vennero quindi dimessi. Sara rimase invece sotto osservazione per alcuni valori da approfondire con uno specialista in malattie infettive, poi tornò a casa nel pomeriggio. Ai sanitari fu riferito che camminava e chiedeva di poter rientrare per mangiare.
Il giorno dopo la quindicenne tornò al pronto soccorso in condizioni completamente peggiorate. Aveva pressione bassa, difficoltà a parlare, confusione e sonnolenza; la sorella, che la assisteva, riferì che “dice cose strane”. Dopo una prima risposta alla terapia per la disidratazione, Sara crollò mentre si dirigeva in bagno. Gli esami mostrarono un deterioramento e Vuotto chiamò la Rianimazione, ma la ragazza morì quella sera. Antonella si spense il giorno successivo.
La ricina e l’ipotesi di due esposizioni
Il medico legale ha sostenuto che madre e figlia avrebbero dovuto restare più a lungo sotto controllo e che Sara avrebbe dovuto essere trasferita prima in Rianimazione. Vuotto ha replicato che le decisioni furono prese sulla base dei sintomi disponibili in quel momento e che più medici, compreso uno specialista, avevano riconosciuto un quadro compatibile con una gastroenterite. “La ricina si traveste così”, ha spiegato, sottolineando che il rianimatore fu coinvolto quando le condizioni peggiorarono.
A suo giudizio non si può escludere che le due donne siano state esposte al veleno in momenti differenti. Tra il 26 e il 27 dicembre, infatti, osserva una trasformazione netta del quadro clinico. Le ipotesi considerate comprendono una doppia somministrazione, l’aggravamento di un’unica esposizione oppure una malattia virale alla quale si sarebbe aggiunto successivamente il veleno.
Vuotto definisce possibile la prima ricostruzione, ma rimanda agli esperti la risposta definitiva. All’inizio nessuno aveva ipotizzato un avvelenamento: l’attenzione era concentrata su una probabile intossicazione alimentare collegata alla cena del 23 dicembre, alla quale non aveva partecipato la figlia maggiore Alice Di Vita. Soltanto dopo tre mesi di esami il centro antiveleni di Pavia ha rilevato nei campioni di sangue livelli di ricina enormemente superiori alla soglia mortale.
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