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Sicurezza europea, la soglia che Mosca sta spostando: il piano di Irdi

Droni, sabotaggi e attacchi informatici mettono alla prova la risposta dell’Europa, chiamata a costruire una deterrenza comune senza rinunciare ai propri principi.

Un Consiglio di sicurezza europeo potrebbe diventare uno strumento decisivo soltanto se fosse dotato di poteri reali e della capacità di produrre conseguenze concrete. In caso contrario, rischierebbe di trasformarsi nell’ennesimo tavolo di confronto senza effetti sulle decisioni degli Stati membri.

È questa la valutazione di Beniamino Irdi, esperto di competizione tra grandi potenze, resilienza democratica e minacce ibride. Secondo Irdi, la discussione sulla sicurezza europea riguarda ormai il modo in cui le democrazie possono difendersi senza indebolire le regole che intendono proteggere.


Un organismo europeo, ma con poteri veri

L’idea di un Consiglio di sicurezza europeo è stata rilanciata da Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre. La presidente della Commissione europea ha inoltre proposto una strategia comune, un meccanismo di emergenza complementare all’articolo 4 della Nato e un coordinamento più stretto contro le attività ostili.

Per Irdi, il nodo principale è la sovranità. Quando si entra nell’ambito della sicurezza nazionale, i governi sono particolarmente restii a trasferire competenze a un livello comune. Un nuovo organismo avrebbe quindi senso solo se potesse assumere decisioni vincolanti e accompagnarle con misure effettive.


La guerra non è più soltanto «ibrida»

Negli ultimi mesi la pressione russa sull’Europa, osserva l’analista, è diventata più assidua, visibile e materiale. Ai tradizionali attacchi informatici e alle campagne di disinformazione si sono aggiunti l’impiego di esplosivi, i sabotaggi e un ricorso più frequente ai droni.

A settembre la Germania ha attribuito alla Russia il tentato attacco con droni esplosivi contro l’aeroporto di Lipsia/Halle. Poco dopo, nel Mar Baltico, una fregata russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese; in Lituania è stato invece abbattuto un drone carico di esplosivo. L’Unione europea continua intanto a varare misure contro sabotaggi, interferenze informative e azioni dirette a destabilizzare le istituzioni democratiche.

Secondo Irdi, Mosca sembra inoltre attribuire meno importanza alla possibilità di negare il proprio coinvolgimento. La natura degli episodi più recenti, sostiene, rende difficile ricondurli a gruppi non statali e trasmette l’idea di una minaccia che non teme più di essere riconosciuta.


La soglia della reazione è politica

Il termine “guerra ibrida” non chiarisce da solo quando un Paese debba reagire. Le singole operazioni sono spesso calibrate in modo da non provocare una risposta immediata e incisiva, mentre la loro ripetizione consente all’avversario di aumentare gradualmente la pressione.

«La soglia non è tecnica: è politica», ha spiegato Irdi. Non esiste, infatti, una misura fissata in un trattato che stabilisca automaticamente quale attacco debba produrre una risposta. Nelle democrazie è complesso raccogliere il consenso necessario quando il pericolo cresce lentamente e ogni episodio, considerato separatamente, appare insufficiente a giustificare una reazione straordinaria.

L’Europa dovrebbe perciò dotarsi di una dottrina condivisa di deterrenza. A ogni azione ostile, secondo l’esperto, dovrebbero corrispondere costi prevedibili, riconoscibili e superiori al vantaggio che l’attaccante pensa di ricavare.


Paura e istituzioni sono il vero bersaglio

La questione non riguarda soltanto i danni fisici provocati da un drone o da un sabotaggio. La percezione di un pericolo permanente può produrre effetti autonomi, alimentando ansia, divisioni e sfiducia nella capacità dello Stato di proteggere i cittadini.

«Il bersaglio ultimo non è fisico: riguarda la tenuta democratica, la credibilità delle istituzioni e la deterrenza», ha affermato Irdi. Se un’operazione induce la popolazione a ritenere che le autorità siano impotenti, l’avversario può considerarla efficace anche quando l’azione concreta non raggiunge l’obiettivo iniziale.


Energia, riserve russe e sostegno a Kiev

Secondo l’analista, l’Europa conserva ancora strumenti per far pagare un prezzo alla Russia. Tra questi figurano una riduzione ulteriore della dipendenza energetica, l’eventuale utilizzo degli asset russi congelati e il rafforzamento dell’assistenza militare all’Ucraina attraverso armi e informazioni.

Tutte le opzioni comportano però conseguenze. Una stretta sull’energia potrebbe aumentare i costi anche per i cittadini europei, mentre la gestione delle riserve russe immobilizzate solleva questioni giuridiche e politiche delicate. La confisca potrebbe inoltre spingere altri Paesi a interrogarsi sulla sicurezza dei propri patrimoni custoditi in Europa.

Irdi ritiene tuttavia che il problema non debba essere considerato necessariamente in termini assoluti. Gli Stati che non hanno invaso un Paese sovrano e sostenuto per quattro anni e mezzo una guerra tradizionale e non convenzionale, osserva, non si trovano nella stessa posizione della Russia.


Democrazie più protette, non meno libere

Le regole delle democrazie liberali possono diventare un punto di vulnerabilità quando l’avversario le sfrutta per rallentare le decisioni. Lo Stato di diritto limita gli interventi sugli asset, mentre il consenso elettorale rende politicamente costose le scelte capaci di far salire i prezzi dell’energia.

Per Irdi non si tratta di abbandonare trasparenza, libertà e controllo pubblico. I governi devono però valutare se, in una fase di sicurezza eccezionale, alcuni interessi vadano bilanciati diversamente e se strumenti come il segreto di Stato, l’intelligence e strutture riservate possano essere utilizzati con maggiore efficacia per preservare il sistema democratico.

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