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Energia e Stato: il gesto di Eni riapre una partita rimossa

Il limite al prezzo dei carburanti rilancia il dibattito sulla funzione delle imprese pubbliche e sul modello economico scelto dall’Europa.

Guerra ed economia non sono piani separati. Se le difficoltà strutturali del continente vengono affrontate soprattutto attraverso la forza militare e regole di mercato sempre più rigide, diventa inevitabile interrogarsi sulla direzione imboccata dall’Europa. Il tema riguarda in modo particolare i Paesi mediterranei, chiamati a convivere con una prosperità distribuita in maniera diseguale.

Anche le prossime elezioni italiane potrebbero concentrarsi su due grandi interrogativi: il rifiuto della guerra, in coerenza con la Costituzione, e la scelta del modello economico e sociale più adatto al Paese. Resta infatti da capire se l’impianto neoliberista affermatosi nell’Unione Europea corrisponda davvero alle caratteristiche, alle necessità e alla sensibilità dell’Italia.


Il mercato europeo non è neutrale

L’Unione non ha mai proclamato in modo esplicito il neoliberismo come propria ideologia ufficiale. La sua affermazione è passata piuttosto attraverso una successione di decisioni istituzionali: dal Trattato di Roma al Mercato Unico, fino a Maastricht e all’introduzione dell’euro. Nel tempo, questi passaggi hanno trasformato alcuni orientamenti economici in vincoli difficili da rimettere in discussione nel normale confronto politico.

L’articolo 3 del Trattato di Lisbona parla di “un’economia sociale di mercato altamente competitiva” e tutela le quattro libertà del mercato interno: circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali. È una definizione abbastanza elastica da non coincidere né con il puro dominio del mercato né con la tradizione socialdemocratica di matrice keynesiana.

A guidare questa costruzione è stata soprattutto l’impostazione ordoliberale tedesca, rafforzata dai risultati della Repubblica Federale Tedesca. La sua influenza ha accompagnato il percorso iniziato con Maastricht nel 1992 e arrivato alla Costituzione europea del 2005, poi confluita nel Trattato di Lisbona firmato nel 2007, proprio mentre la crisi finanziaria mondiale metteva in discussione molte certezze neoliberiste.

La concorrenza e la stabilità monetaria sono state affidate a organismi sovranazionali dotati di ampi poteri, tra cui la Commissione Europea e la BCE. La tutela sociale, invece, è rimasta in gran parte nelle mani dei singoli governi. Il risultato è uno squilibrio: le regole economiche hanno valore vincolante, mentre i diritti sociali dipendono dalle scelte politiche del momento.


Eni riapre il dossier dello Stato

In questo contesto assume rilievo la scelta di Eni di porre un limite al prezzo al dettaglio dei carburanti. L’intervento è nato autonomamente ed è più circoscritto rispetto a un’azione pubblica organica; inoltre, non mancano sospetti su possibili finalità ulteriori. Tuttavia, la decisione introduce un principio preciso: un’impresa con presenza pubblica può intervenire quando il mercato produce rendite o non tutela adeguatamente l’interesse generale.

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La misura rompe così una consuetudine consolidata. Per decenni l’Italia ha ceduto gran parte delle strutture economiche costruite nel dopoguerra, spesso senza ottenere vantaggi proporzionati né per i cittadini, che ne erano indirettamente comproprietari, né per i consumatori. In alcuni casi, il risultato è stato il passaggio da monopoli pubblici a concentrazioni private controllate da grandi gruppi multinazionali.

La filosofia originaria di Eni viene richiamata attraverso le parole del suo fondatore: “il compito di Eni non è l’accumulo del profitto, ma la fornitura di energia a basso costo per fare da volano all’intera economia nazionale”. Il riferimento indica una concezione dell’impresa pubblica diversa da quella di una semplice macchina per produrre dividendi.


Una rete pubblica è ancora possibile

La domanda, allora, riguarda il possibile ritorno di un sistema industriale pubblico. In un’economia sempre più condizionata da strumenti di Intelligenza Artificiale e da decisioni concentrate nelle mani di pochi soggetti, non è scontato che l’unica risposta debba essere il sussidio alle imprese private. Un’alternativa potrebbe consistere nel fornire direttamente alle acciaierie semilavorati d’acciaio prodotti o acquistati dallo Stato a condizioni più convenienti.

Gli esempi del passato sono numerosi. Nel 1990 le banche pubbliche assicuravano circa il 75% del credito commerciale, prima che il sistema venisse smantellato per decreto nel 1992. Alfa Romeo, trasferita alla Fiat per mille lire, realizzava automobili ricordate anche per la qualità del motore boxer della Alfasud.

La presenza pubblica aveva riguardato inoltre i collegamenti marittimi, aerei e terrestri, le ferrovie, il trasporto su gomma e le autostrade. Persino la produzione alimentare riconducibile alla Sme, compreso il pomodoro inscatolato, viene indicata come un possibile strumento per attenuare gli squilibri di un mercato oggi percepito come difficile da governare.

Il limite fissato da Eni non equivale dunque alla cancellazione del mercato. Può essere letto, piuttosto, come il riconoscimento del fatto che l’intervento pubblico dovrebbe correggere i fallimenti della concorrenza e sostenere l’economia quando gli operatori privati non riescono a garantire un beneficio collettivo. Resta però assente una strategia complessiva dello Stato, capace di collegare energia, industria, credito e protezione sociale.

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