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Attualità 4 min di lettura2 giorni fa

Sicurezza europea, il nodo del Consiglio: poteri veri o solo parole

Beniamino Irdi analizza l’escalation russa, il ruolo della paura e gli strumenti ancora disponibili per rafforzare la risposta dell’Europa

Un Consiglio di sicurezza europeo avrebbe senso soltanto se fosse capace di assumere decisioni e produrre effetti concreti. Per Beniamino Irdi, esperto di competizione tra potenze e minacce ibride, il rischio è che si trasformi nell’ennesimo tavolo di confronto senza reali strumenti operativi.

La proposta rilanciata da Ursula von der Leyen si inserisce in una discussione più ampia sul modo in cui le democrazie devono difendersi da pressioni che sfruttano proprio le loro regole. Irdi, nonresident senior fellow del German Marshall Fund e fondatore di HighGround, ne ha parlato in vista degli “HG Dialogues”, in programma il 6 novembre alla Luiss di Roma.


Un’Europa divisa sulla sicurezza

Secondo Irdi, il tema più delicato riguarda la sovranità. Quando la sicurezza nazionale entra nell’agenda europea, gli Stati membri diventano particolarmente restii a trasferire competenze. Per questo un organismo comune dovrebbe disporre di un’autorità effettiva, non limitarsi a coordinare discussioni già affrontate altrove.

L’esperto invita però a non confondere la necessità di reagire con l’abbandono dei principi liberali. Una fase di rischio eccezionale può rendere necessario un diverso equilibrio tra interessi contrapposti, anche sul piano della trasparenza: intelligence, segreto di Stato e strutture operative non possono funzionare con lo stesso livello di esposizione di un’amministrazione ordinaria.

La questione riguarda anche le difficoltà generate dalle regole democratiche. Il diritto rende complesso intervenire sui patrimoni russi immobilizzati, mentre il consenso elettorale può frenare misure energetiche destinate a far crescere i prezzi. Gli stessi meccanismi che proteggono le democrazie, osserva Irdi, possono diventare punti vulnerabili da sfruttare.


La paura è già un’arma

Il ricorso ai droni mostra quanto la percezione del pericolo possa diventare decisiva. Anche quando un singolo episodio non provoca danni rilevanti, l’idea di una minaccia continua può alimentare insicurezza e senso di impotenza nella popolazione.

Il bersaglio finale delle campagne ibride non coincide necessariamente con un’infrastruttura o con un obiettivo materiale. L’obiettivo è piuttosto indebolire la fiducia nelle istituzioni, dividere la società e mettere in dubbio la capacità dello Stato di proteggere i cittadini. Se paura e sfiducia si consolidano, l’operazione può raggiungere il suo scopo anche senza un attacco decisivo.

Per questo Irdi considera insufficiente la disputa sul nome da usare. «Non è il nome che impedisce una risposta efficace», ha spiegato, indicando nella soglia politica della reazione il vero punto critico. La capacità di un Paese di rispondere, infatti, dipende dalle conseguenze che decide di associare a ogni azione ostile.


La pressione russa cambia volto

Negli ultimi mesi, secondo l’analisi di Irdi, la pressione esercitata da Mosca sull’Europa ha assunto caratteristiche più frequenti, visibili e materiali. Dalle attività informatiche e dalla disinformazione si è passati con maggiore insistenza a droni, esplosivi e sabotaggi.

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A settembre la Germania ha attribuito alla Russia un tentativo di colpire con droni esplosivi l’aeroporto di Lipsia/Halle. Nello stesso periodo, nel Baltico, una fregata russa ha lanciato razzi di segnalazione in direzione di un elicottero militare danese, mentre in Lituania è stato intercettato un drone carico di esplosivo.

Per Irdi, Mosca sembra inoltre attribuire meno importanza alla possibilità di negare il proprio coinvolgimento. La natura di alcuni episodi recenti rende infatti difficile ricondurli ad attori non statali. Il messaggio potrebbe essere diventato più diretto: non soltanto l’autore non teme di essere identificato, ma punta a rendere riconoscibile l’origine della minaccia.


Costi, energia e deterrenza

L’Europa conserva ancora margini per aumentare il prezzo delle azioni russe. L’energia rappresenta uno degli strumenti disponibili, pur comportando conseguenze anche per i Paesi che lo utilizzassero. Tra le opzioni restano inoltre i beni russi congelati, un terreno sul quale persistono rilevanti dubbi giuridici e politici.

La confisca di quei patrimoni solleva il timore di un precedente capace di indebolire la fiducia nelle riserve detenute in Europa. Irdi ritiene tuttavia che gli effetti non sarebbero necessariamente automatici per tutti gli altri Stati: la situazione russa è legata all’invasione di un Paese sovrano e a un conflitto protratto da quattro anni e mezzo, condotto sia sul piano convenzionale sia su quello ibrido.

Un ulteriore canale di pressione passa dalla dimensione militare: forniture di armi, attività di intelligence e sostegno all’Ucraina. La paura di un’escalation, ricorda Irdi, ha influenzato per anni quantità e tempi dell’assistenza occidentale a Kiev.


Una soglia ancora politica

Le campagne ibride funzionano quando ogni singola azione appare troppo limitata per giustificare una risposta incisiva. La soglia non è fissata da una norma tecnica o da un accordo internazionale: viene definita dalle decisioni politiche dello Stato colpito.

La Russia, sostiene Irdi, ha potuto innalzare gradualmente quella soglia proprio perché nelle democrazie è difficile raccogliere consenso per reagire a una pressione che cresce senza un’esplosione immediata. Per superare questa dinamica servirebbe una dottrina europea di deterrenza, con conseguenze riconoscibili, prevedibili e abbastanza pesanti da rendere sconveniente l’attacco.

L’Unione europea ha già adottato misure contro quelle che definisce “attività ibride russe”, comprendendo sabotaggi, interferenze informative, attacchi cibernetici e tentativi di destabilizzare le istituzioni democratiche. Nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, von der Leyen ha sostenuto che le minacce contro l’Europa sono diventate «sempre meno ibride», proponendo anche un protocollo d’emergenza collegato all’articolo 4 della Nato.

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