Scarpinato sotto attacco: il nodo che la destra non chiarisce
L’archiviazione riapre il confronto sulla strage di Via D’Amelio e sulla lettura dei rapporti tra mafia, appalti e depistaggi istituzionali.
Il punto centrale, secondo questa ricostruzione, non riguarda le polemiche contro Roberto Scarpinato, ma l’archiviazione dell’inchiesta che cercava un legame diretto tra il dossier mafia-appalti e la strage di Via D’Amelio. Dai provvedimenti della Procura e del giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta non sarebbe emerso alcun elemento sufficiente per sostenere un processo.
La contestazione politica al senatore del Movimento 5 Stelle viene quindi letta come un diversivo rispetto a una questione più ampia: il rischio che la vicenda del 1992 venga ricondotta quasi esclusivamente agli appalti, lasciando in secondo piano le altre piste e soprattutto la lunga sequenza dei depistaggi.
L’archiviazione resta il nodo decisivo
Il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca aveva già affrontato il tema nella richiesta di archiviazione, poi accolta dal gip Santi Bologna. Le motivazioni del giudice, arrivate dopo un’inchiesta durata a lungo, sono state utilizzate dalla destra per chiedere ai vertici del Movimento 5 Stelle di valutare le dimissioni di Scarpinato dalla Commissione parlamentare Antimafia.
L’autore non entra nel merito delle singole argomentazioni processuali e rinvia alle spiegazioni fornite dallo stesso senatore e dal gruppo del Movimento 5 Stelle al Senato. Sottolinea però quella che considera una grave disparità nel trattamento delle intercettazioni tra Scarpinato e Gioacchino Natoli, confrontandola con il diverso atteggiamento riservato alle conversazioni tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia.
La tesi sostenuta è netta: se non è stata trovata una prova capace di portare l’indagine davanti a un tribunale, ciò dipenderebbe dal fatto che quella prova non esiste. Per l’autore, presentare gli appalti come chiave quasi esclusiva delle stragi del 1992 significa restringere artificialmente il campo dell’indagine e oscurare quanto emerso in oltre trent’anni, compreso il tema dei depistaggi riconducibili ad apparati dello Stato.
La battaglia dentro l’Antimafia
L’attacco a Scarpinato viene inoltre inserito in una strategia politica che, secondo l’autore, sarebbe iniziata nel giugno 2023, quando Chiara Colosimo, da poco eletta presidente della Commissione Antimafia, incontrò riservatamente a Palazzo San Macuto il generale Mori e l’avvocato Trizzino, insieme ai vertici del Partito Radicale.
Fuori dal palazzo, ai giornalisti in attesa, venne riferito che l’incontro serviva a segnalare alla nuova presidente alcuni presunti conflitti di interesse, considerati un ostacolo da rimuovere per arrivare a nuove verità sulle stragi di Palermo. Il testo ricorda anche l’opposizione pubblica manifestata da numerosi familiari delle vittime del terrorismo e delle mafie alla nomina di Colosimo.
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Le motivazioni dell’archiviazione, osserva l’autore, occupano centinaia di pagine, mentre le prime reazioni politiche sono arrivate a poche ore dalla loro diffusione. Questo tempismo viene collegato alla possibile pubblicazione della relazione di maggioranza sulla strage di Via D’Amelio, che potrebbe sostenere una lettura fondata sugli intrecci tra mafiosi, imprenditori settentrionali e politici della Prima Repubblica.
In questa prospettiva, la relazione potrebbe attribuire un ruolo centrale alla curiosità investigativa di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sui rapporti tra criminalità organizzata, interessi economici e politica. L’autore precisa però che gli imprenditori citati sarebbero quelli attivi nel settore del calcestruzzo, non nella televisione, e richiama anche la figura di Giuseppe Graviano.
La risposta delle opposizioni
Di fronte a una relazione di maggioranza che potrebbe influenzare il dibattito pubblico e politico sul futuro del Paese, l’autore chiede alle opposizioni una replica efficace e possibilmente comune. Il riferimento è alle relazioni di minoranza che, in passato, hanno finito per assumere un peso determinante nella ricostruzione della storia nazionale.
Il nucleo di una contro-relazione dovrebbe partire, a suo giudizio, dalle due audizioni di Gian Carlo Caselli davanti alla Commissione Antimafia, svolte nel luglio e nel novembre del 2025. L’ex procuratore di Palermo avrebbe indicato documenti mai smentiti, ritenuti capaci di mettere in discussione alla radice la ricostruzione sostenuta da Mori e De Donno.
Ripartire da quelle audizioni avrebbe anche un significato istituzionale e simbolico: riconoscere a Caselli un ruolo nella difesa della Costituzione repubblicana e ricordare il peso dei procedimenti avviati a Palermo in quegli anni. La contrapposizione, dunque, non riguarda soltanto Scarpinato, ma il modo stesso in cui le istituzioni intendono rileggere le stragi e i depistaggi che le hanno accompagnate.
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