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Attualità 3 min di lettura16 ott

Saraceno e il limite del successo: l’arte che vuole cambiare regole

Dalle utopie delle Cloud Cities ai progetti condivisi in Argentina, l’artista mette in discussione appartenenza, mercato e responsabilità collettiva.

La domanda più scomoda, per Tomás Saraceno, non riguarda il futuro dell’arte ma chi debba davvero trasformarsi. Nel dialogo, l’artista argentino ripercorre il proprio lavoro e sottopone a esame anche le convinzioni che lo hanno accompagnato: il rapporto con la scienza, l’arte ambientale, il mercato, le comunità e perfino il ruolo dei ragni nelle sue opere.

A emergere è il ritratto di un autore che, arrivato a una fase di maturità personale e creativa, non sembra interessato soltanto a consolidare i risultati ottenuti. Il cambiamento diventa piuttosto un metodo: serve a interrogare il mondo, ma anche il modo in cui Saraceno produce, collabora e distribuisce il valore delle proprie opere.

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Un artista senza confini fissi

La sua storia personale contribuisce a spiegare questa ricerca. La famiglia fu costretta all’esilio dall’Argentina durante la dittatura; in seguito Saraceno visse in Italia e in Germania. Per anni, alla domanda sulle proprie origini, ha risposto richiamando Buckminster Fuller: «Il pianeta Terra». Il senso di non appartenenza, racconta, ha alimentato le prime utopie architettoniche.

Le Cloud Cities nacquero anche come tentativo di immaginare luoghi non vincolati a un’appartenenza rigida. La formazione con Peter Cook e l’interesse per le architetture radicali lo portarono a concepire spazi sospesi, quasi privi di territorio, capaci di suggerire altri modi di abitare.

Di fronte alla crisi globale, Saraceno non considera sufficiente parlare genericamente di cambiamento. La questione, secondo lui, riguarda soprattutto una parte della società e quelle culture che vivono nel Capitalocene. Per questo sostiene di voler modificare anche la propria pratica: che cosa crea, insieme a chi lo fa, in quale luogo e a vantaggio di chi.


Il successo deve avere un limite

La tensione tra le sue idee e il sistema dell’arte non viene nascosta. Da una parte ci sono gallerie, musei, collezionisti e opere vendute; dall’altra, progetti come la Aerocene Foundation e Arachnophilia, costruiti secondo logiche collaborative e con obiettivi diversi da quelli della semplice circolazione commerciale.

Quando i lavori coinvolgono comunità del nord dell’Argentina, la ripartizione economica cambia: un terzo va alla galleria, un altro alla fondazione e l’ultimo alle comunità. La quota destinata alla fondazione non diventa reddito personale per l’artista, ma finanzia la prosecuzione delle attività di Aerocene. «Quando basta?», si chiede Saraceno, indicando nella rinuncia all’accumulo una risposta concreta al rischio di ipocrisia.

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Questa impostazione ha favorito nel tempo un rapporto di fiducia con le persone coinvolte. Le comunità hanno visto riconosciuto il proprio contributo anche quando le opere sono entrate nel circuito commerciale, mentre il ricavato ha sostenuto ulteriori iniziative condivise.


Dall’arte ambientale alla proprietà condivisa

Il progetto Sanctuary of Water porta questa riflessione ancora più lontano. Per realizzarlo, Saraceno ha chiesto a diversi collezionisti di contribuire con una donazione, spiegando che l’opera non sarebbe stata destinata alle loro abitazioni ma sarebbe rimasta nei luoghi in cui era nata.

La differenza decisiva, per l’artista, è che le popolazioni indigene non devono limitarsi a beneficiare dell’intervento. Devono possedere l’iniziativa, la struttura e la scultura. Per questo il progetto coinvolge anche avvocati e professionisti degli aspetti amministrativi e fiscali, così da costruire un modello effettivamente praticabile.

Saraceno guarda con cautela anche all’etichetta di Land Art. Pur riconoscendo quanto lo abbiano ispirato le opere di Robert Smithson e Walter De Maria, contesta l’idea di un territorio trattato come superficie vuota, sulla quale l’artista arriva e lascia il proprio segno. Ogni nuovo termine, sostiene, dovrebbe nascere dalla volontà di chi abita quel luogo: senza l’acqua e senza quelle persone, l’opera non sarebbe esistita.


Ripetere senza restare uguali

La riconoscibilità può trasformare una ricerca innovativa in uno stile facilmente vendibile. Saraceno ammette che alcuni elementi del suo lavoro ritornano e che certe sculture continuano a essere proposte dalle gallerie, contribuendo così a finanziare altre attività. Tuttavia non considera la ripetizione un pericolo inevitabile.

Nel suo percorso, ripetere può avere anche una dimensione rituale. Il punto non è cancellare ogni continuità, ma usare ciò che già esiste per provare a uscire dal proprio circuito. In questa prospettiva, la leggerezza delle strutture e delle utopie non coincide con l’evasione: diventa un modo per mettere in discussione il peso del potere, della proprietà e del successo.

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