Sanità, il conto nascosto arriva a 32,3 miliardi: cosa rischia il Ssn
Il rapporto Gimbe segnala risorse insufficienti, divari regionali e un accesso alle cure sempre più legato al reddito, ai tempi d’attesa e al luogo di residenza.
L’accesso alle cure rischia di diventare sempre meno uniforme: una Regione può risultare formalmente in regola e, allo stesso tempo, lasciare molti cittadini in attesa o costringerli a rinunciare. È il punto critico evidenziato dalla Fondazione Gimbe nel suo 9° Rapporto sul Servizio sanitario nazionale, presentato il 7 ottobre alla Sala della Regina della Camera dei deputati.
I Lea promossi non raccontano tutto
Nel 2024 sono salite a 18 su 21 le Regioni e Province autonome giudicate adempienti ai livelli essenziali di assistenza, rispetto alle 13 dell’anno precedente. Tuttavia, in sei dei territori promossi almeno una macro-area ha ottenuto un punteggio tra 60 e 69, mentre nello stesso periodo è cresciuto il numero di persone che hanno rinunciato a visite o accertamenti.
Secondo Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, il meccanismo di valutazione ministeriale non consente di capire pienamente chi riesce davvero a ricevere le prestazioni. La Fondazione chiede quindi di rilevare anche i cittadini esclusi, quelli che ottengono risposte tardive o parziali e coloro che abbandonano il percorso di cura. Dal 30 ottobre 2026 entreranno in vigore i Lea aggiornati, dopo un’attesa vicina ai 10 anni, ma l’inserimento di una prestazione nell’elenco non garantisce automaticamente la sua disponibilità in modo uniforme.
Personale sempre più lontano dal Ssn
Un altro segnale di difficoltà riguarda il peso degli addetti sul bilancio sanitario. Nel 2025 la spesa per il personale ha raggiunto 52,2 miliardi di euro, ma la sua incidenza sul totale pubblico è scesa dal 39,7% del 2012 al 36,9%.
La riduzione della quota destinata a medici, infermieri e agli altri professionisti si inserisce in una crisi più ampia del Servizio sanitario nazionale. Gimbe indica infatti la carenza di personale, insieme al finanziamento insufficiente e ai divari sociali e territoriali, tra i fattori che stanno indebolendo la capacità di offrire cure tempestive ed eque.
La voragine dei prossimi bilanci
Il problema più pesante riguarda però le prospettive finanziarie tra il 2027 e il 2029. Le stime ricavate dalla legge di bilancio 2026 e dal Documento programmatico di finanza pubblica approvato il 2 ottobre dal governo Meloni indicano un rapporto tra Fondo sanitario nazionale e Pil in calo dal 6,4% al 6,3%.
Per Gimbe, la distanza tra il fabbisogno previsto e le risorse disponibili potrebbe arrivare a 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029. La somma dei tre disavanzi prospettici raggiungerebbe così 32,3 miliardi. Cartabellotta avverte che, senza nuovi finanziamenti, le Regioni avrebbero davanti due alternative: aumentare le entrate oppure ridurre i servizi, con effetti diretti sui cittadini.
I tagli già incorporati nei numeri
Anche il periodo successivo alla pandemia mostra una perdita di capacità finanziaria. Tra il 2023 e il 2026, secondo la Fondazione, il sistema avrebbe potuto contare su 18,8 miliardi in più se il rapporto tra Fondo sanitario nazionale e prodotto interno lordo fosse rimasto al 6,27% del 2022. Quel livello era già inferiore alle medie dell’Unione europea e dell’area Ocse, pari al 7,1%.
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Il rapporto ricorda inoltre che l’Italia occupa l’ultima posizione nel G7 per spesa sanitaria pubblica pro capite. A valori costanti, il Fondo è tornato ai livelli del 2010, mentre nel frattempo la popolazione è invecchiata: l’età media è passata da 43,2 a 47,1 anni e il bisogno di assistenza è aumentato. La quota di spesa privata sostenuta direttamente dalle famiglie supera invece del 12,3% la media Ocse.
Famiglie tra attese e rinunce
Nel 2025 la spesa sanitaria pagata direttamente dagli italiani è diminuita dell’1%, con una riduzione di 434 milioni, fermandosi a 40,6 miliardi di euro. Il dato arriva dopo la crescita registrata dal 2010, quando l’esborso era di 28 miliardi, fino ai 41,3 miliardi del 2024.
Nello stesso tempo sono aumentate del 10,1% le somme gestite da fondi, mutue e assicurazioni, per 642 milioni in più. Le polizze sanitarie volontarie hanno segnato un incremento del 12,7%, passando da 4,69 a 5,29 miliardi. Per Cartabellotta, l’espansione della sanità integrativa deve accompagnare il sistema pubblico e non trasformarsi in un canale alternativo riservato a chi può permettersi una copertura.
Il dato più recente sulla rinuncia alle cure, relativo al 2024 perché quello del 2025 non è ancora disponibile, indica oltre 5,8 milioni di persone coinvolte, pari al 9,9% della popolazione. Nel 2023 la quota era del 7,6%; circa 4 milioni hanno indicato le attese troppo lunghe e 3,1 milioni le difficoltà economiche, con la possibilità di segnalare entrambe le ragioni.
La Campania resta penalizzata
La distribuzione delle risorse conferma forti differenze tra territori. La quota indistinta del Fondo assegna in media 2.218 euro per abitante, con un massimo di 2.319 euro in Molise e un minimo di 2.143 euro nella Provincia autonoma di Bolzano.
Tra le Regioni a statuto ordinario, la Campania si trova in fondo alla graduatoria con 2.173 euro pro capite. Gimbe considera il dato particolarmente significativo perché si tratta della Regione più giovane d’Italia, ma caratterizzata da condizioni socio-economiche difficili e da una speranza di vita alla nascita quasi tre anni più bassa rispetto alla Provincia autonoma di Trento. Le correzioni introdotte dal 2023 incidono appena per lo 0,75% ciascuna sulle componenti legate alla mortalità precoce e alla deprivazione sociale.
Anche la mobilità sanitaria interregionale riflette queste fratture: nel 2023 ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, il valore più alto dal 2010. Nel quadro tracciato da Gimbe, il Servizio sanitario nazionale continua a produrre buoni risultati su aspettativa di vita e mortalità evitabile, ma fatica sempre più a garantire prestazioni accessibili in tempi e condizioni analoghi per tutti.
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