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Attualità 2 min di lettura2 nov

Salari tessili, in Bangladesh la richiesta sale a 30mila taka

Le proteste proseguono dopo gli scontri di domenica: l’inflazione annua è arrivata all’8,65 per cento.

I lavoratori del tessile sono tornati a manifestare in Bangladesh per chiedere un aumento del salario minimo, oggi fissato a 12.500 taka, circa 90 euro al mese. Le proteste sono proseguite lunedì in diversi distretti industriali, dopo gli scioperi e gli incidenti registrati domenica.

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La richiesta dei lavoratori

I sindacati e i dipendenti chiedono di portare la paga minima a 30mila taka mensili, più del doppio rispetto al livello attuale. L’obiettivo è compensare almeno in parte l’aumento delle spese quotidiane, aggravato dalle tensioni e dal conflitto in Medio Oriente.

Negli ultimi 12 mesi l’inflazione media nel Paese ha raggiunto l’8,65 per cento. La prosecuzione della mobilitazione, nonostante l’annuncio di una commissione governativa incaricata di esaminare le richieste, segnala la distanza ancora esistente tra lavoratori e imprese.


Il ruolo della commissione

Il gruppo istituito dall’esecutivo dovrà cercare un accordo che riconosca una parte degli aumenti invocati senza compromettere la competitività dell’industria locale. Il Bangladesh è infatti il secondo esportatore mondiale di abbigliamento, alle spalle della Cina, e basa una parte rilevante della propria forza produttiva sul basso costo della manodopera.

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Un incremento consistente dei salari potrebbe quindi riflettersi sui prezzi dei capi venduti dalle grandi catene internazionali. La trattativa si svolge inoltre pochi giorni dopo la decisione delle Nazioni Unite di mantenere per altri tre anni il Bangladesh tra i Paesi meno sviluppati.


Le agevolazioni per l’abbigliamento

La proroga consentirà a Dacca di conservare diversi vantaggi commerciali e finanziari. Tra questi c’è l’accesso senza dazi a mercati importanti, compreso quello dell’Unione europea, con un sostegno diretto al comparto dell’abbigliamento.

Le associazioni degli imprenditori avevano avvertito che la perdita delle agevolazioni avrebbe potuto ridurre le esportazioni di miliardi di dollari. Il rischio sarebbe stato ancora maggiore se la fine dei benefici fosse coincisa con una fase prolungata di instabilità internazionale.

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