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Attualità 4 min di lettura2 ore fa

Salari, fisco e pensioni: il piano in 10 mosse per riaprire la partita

Dalla rivalutazione degli stipendi al ritorno del reddito di cittadinanza, una piattaforma concreta per ridurre disuguaglianze e difendere lo Stato sociale.

Di fronte a documenti politici giudicati troppo generici, la discussione progressista potrebbe partire da misure verificabili e applicabili in tempi brevi. L’obiettivo sarebbe spostare il peso delle politiche economiche a favore dei salari, dei contribuenti ordinari e dei servizi pubblici, senza rinunciare alla sostenibilità dei conti.

Le proposte non hanno un carattere rivoluzionario. Puntano piuttosto a correggere alcune distorsioni dell’economia italiana, dalla perdita di potere d’acquisto alla pressione fiscale squilibrata, passando per l’evasione e la crescente privatizzazione della sanità.

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Più reddito a chi lavora

Il primo intervento riguarderebbe gli stipendi: ogni anno dovrebbero essere adeguati almeno per l’80% dell’inflazione. Una soluzione del genere proteggerebbe il reddito individuale e, allo stesso tempo, sosterrebbe i consumi interni. Secondo questa impostazione, una maggiore quota di ricchezza destinata ai lavoratori ridurrebbe anche gli extraprofitti aziendali senza introdurre nuove imposte specifiche.

A questa misura si aggiungerebbe un salario minimo lordo di 10 euro l’ora, pensato per sottrarre circa 3 milioni di persone alle forme più dure di sfruttamento nei servizi. La proposta comprende anche la cancellazione di tirocini e stage privi di remunerazione, da sostituire con un sostegno economico pubblico minimo per i giovani coinvolti.

Anche le pensioni contributive dovrebbero essere rivalutate integralmente ogni anno. L’intento è evitare che chi ha versato regolarmente i propri contributi venga penalizzato dall’aumento del costo della vita.


Un fisco meno favorevole ai privilegi

Sul fronte tributario, la flat tax riservata agli autonomi dovrebbe tornare ad applicarsi fino a 30.000 euro di reddito, soglia indicata come più vicina al trattamento fiscale dei dipendenti, che beneficiano delle detrazioni. In alternativa, viene evocata una tassazione forfettaria estesa a tutti, ma con un evidente tono provocatorio: gli effetti di una scelta simile, sostiene la proposta, sarebbero difficili da prevedere.

Il programma chiede inoltre di cancellare le norme amministrative e penali considerate troppo indulgenti verso gli evasori. La conseguenza dovrebbe essere la fine di condoni e sanatorie fiscali di ogni genere, con un recupero di rigore nei confronti di chi sottrae risorse alla collettività.

Un altro punto prevede di ridurre a 500 euro il limite per l’utilizzo del denaro contante. L’obiettivo è restringere lo spazio dell’economia sommersa e, di riflesso, contenere l’evasione fiscale.

La riforma dell’Irpef approvata dal governo Meloni dovrebbe poi essere rimossa. Le risorse recuperate potrebbero finanziare l’aumento al 40% della detrazione sulle spese mediche, offrendo un parziale sollievo a chi ricorre alla sanità privata a causa delle lunghe liste d’attesa nel servizio pubblico.

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Banche e rendite sotto esame

Tra le misure finanziarie compare l’obbligo per gli istituti di riconoscere ai depositanti un interesse attivo pari almeno alla metà del tasso ufficiale della Banca centrale europea. Il riferimento è al modello già adottato da alcune banche online, con l’idea di trasferire una parte dei benefici monetari ai risparmiatori e ridimensionare gli extraprofitti bancari.

La Tobin tax dovrebbe invece salire dallo 0,2% all’1%. L’aumento servirebbe a incidere maggiormente sulle operazioni finanziarie e porterebbe, secondo la proposta, la tassazione delle rendite dal 26% al 27%: un incremento descritto come limitato per chi dispone di redditi da capitale.

Per quanto riguarda le politiche di sostegno, viene chiesto di ripristinare il precedente reddito di cittadinanza al posto dell’assegno di inclusione. La misura dovrebbe riportare nella platea dei sussidi temporanei circa un milione di persone che, con la riforma voluta dal governo Meloni, ne sarebbe rimasto escluso.


Una sfida anche per i conservatori

L’autore presenta questo insieme di interventi come una base iniziale, non come un programma definitivo. A suo giudizio, molti punti potrebbero essere valutati positivamente anche da un’area conservatrice capace di recuperare una cultura istituzionale e sociale più solida.

Il riferimento è al liberalismo di Ugo La Malfa, Bruno Visentini e Giovanni Spadolini, ritenuto distante dall’impostazione individualista e antistatale affermatasi, secondo questa lettura, nella Seconda Repubblica. La critica non riguarda quindi soltanto la sinistra, accusata di essersi trasformata in senso negativo negli ultimi decenni, ma soprattutto una destra che avrebbe smarrito parte dei propri valori originari.

La distanza dalla politica e l’astensione di milioni di cittadini vengono interpretate come il risultato di questa debolezza progettuale. La responsabilità, per progressisti democratici e conservatori, sarebbe dunque comune: riaprire il confronto con misure concrete, evitando che il ritorno degli elettori alle urne rafforzi automaticamente le forze più radicali.

Da qui l’auspicio finale di una nuova stagione riformatrice, richiamata attraverso la figura di Bersani e delle sue “lenzuolate” legislative. La lista, si osserva, potrebbe essere ampliata, ma dovrebbe conservare il coraggio di intervenire sulle disuguaglianze economiche e sulle distorsioni del sistema.

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