Russia, perché l’idea di un accordo con Putin non regge
Il Congresso americano ha approvato una nuova legge sulle sanzioni, ma la partita vera resta nelle mani di Trump: secondo l’analisi, Mosca non cerca compromessi e continua la guerra per ottenere altro.
La nuova legge sulle sanzioni contro la Russia è arrivata fino alla firma di Donald Trump, ma non garantisce affatto un cambio di rotta. Il punto decisivo è un altro: il provvedimento dà alla Casa Bianca un’arma molto dura, che può colpire con dazi fino al 100 per cento i maggiori compratori di petrolio e gas russi, ma solo se il presidente deciderà di attivarla.
Il testo porta il nome di Lindsey Graham, che poche ore prima di morire scherzava dicendo di non poter andarsene prima di aver chiuso la partita delle sanzioni. Nove settimane più tardi, quel disegno è diventato legge. Eppure, nel ragionamento dell’articolo, il nodo resta sempre lo stesso: Vladimir Putin non starebbe cercando un’intesa, ma la vittoria della guerra che ha avviato.
Il Congresso alza la pressione, Trump decide tutto
Il passaggio parlamentare è stato netto. Al Senato la misura ha raccolto 86 voti favorevoli e 11 contrari; alla Camera il risultato è stato 262 a 159. Si tratta, viene sottolineato, del più rilevante intervento legislativo sull’Ucraina da quando Trump è tornato alla Casa Bianca.
Per l’autore, però, il dato politico più importante è la contraddizione che emerge da questa scelta: da una parte gli Stati Uniti approvano strumenti più aggressivi contro Mosca, dall’altra la loro linea diplomatica rischia di assecondare proprio il metodo che il Cremlino usa da anni. L’idea di trattare come se la guerra fosse una disputa negoziabile, secondo questo punto di vista, non produce moderazione ma nuovi incentivi all’aggressione.
L’articolo ricorda anche che la Russia ha colpito i vicini ben prima dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina: Georgia nel 2008, Ucraina nel 2014. Più avanti, nel luglio 2021, Putin avrebbe già esposto in un saggio di cinquemila parole le sue intenzioni, e sette mesi dopo sarebbe arrivato l’attacco esteso. Da qui la tesi: non si tratta di una crisi nata da un malinteso tra due leader, ma di una guerra voluta da Mosca.
I negoziatori americani e l’errore di fondo
Il canale aperto da Steve Witkoff, con Jared Kushner al seguito, è descritto come una scelta che parte da un presupposto sbagliato. I due emissari hanno incontrato Putin a Mosca e poi sono arrivati a Kyjiv, dove il giornalista Dmytro Gordon li ha attaccati con una domanda durissima sul fatto di parlare con un criminale di guerra.
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A quel punto l’articolo riconosce che una trattativa di questo livello non può esistere senza interlocuzione con il Cremlino. Ma aggiunge che la logica diplomatica si inceppa quando viene applicata a una guerra che, nelle parole del testo, non nasce da un conflitto da comporre bensì da una predazione da fermare.
Trump, all’inizio del mandato, aveva messo sul tavolo un cessate il fuoco senza condizioni. Kiev lo avrebbe accettato entro 24 ore, nel marzo 2025, mentre Mosca lo ha respinto subito e ha continuato a farlo ogni giorno. Da allora, si legge, i raid su depositi alimentari e treni passeggeri sono proseguiti, insieme a crimini di guerra sempre più evidenti.
Perché Mosca non ha interesse alla pace
Nel ragionamento proposto, la guerra non è uno strumento per ottenere un compromesso territoriale, ma parte di un sistema di potere molto più ampio. Putin parla del Donbas, ma gli autori della linea negoziale americana vengono criticati perché chiedono quale sia davvero il motivo della conquista. La risposta offerta dall’articolo è che il campo di battaglia è in Ucraina, ma l’obiettivo reale riguarda la sopravvivenza del potere costruito dal Cremlino.
Viene ricordato anche il prezzo pagato dalla Russia: secondo i servizi segreti britannici, le perdite sarebbero arrivate a un milione e mezzo, con circa mezzo milione di morti. La gran parte di queste perdite si sarebbe concentrata dopo gennaio 2023, per ottenere appena il 2 per cento del territorio ucraino.
Da qui il giudizio finale: per un sistema politico che si regge sull’estrazione delle risorse e sul controllo centralizzato di un territorio immenso, le concessioni non aprono la strada alla pace, ma incoraggiano nuove richieste. Per questo, conclude il testo, l’idea stessa di un accordo con il Cremlino parte da una premessa sbagliata.
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