Russia e Cina, pressione sull’Occidente senza guerra
Disinformazione, sabotaggi e attacchi informatici si affiancano alla minaccia nucleare nei piani attribuiti a Mosca e Pechino.
Russia e Cina potrebbero puntare a modificare le scelte politiche occidentali per raggiungere i propri obiettivi senza ricorrere a un conflitto diretto.
GioiaPura
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La pressione sull’opinione pubblica
La guerra per influenzare le società passa anche dal controllo delle informazioni. Governi e servizi segreti occidentali temono che Mosca, Pechino e altri avversari sfruttino i social media e le divisioni alimentate dai movimenti populisti per indebolire la coesione politica negli Stati Uniti, in Europa e nelle democrazie asiatiche.
Per Russia e Cina, ottenere un cambiamento negli orientamenti politici dell’Occidente sarebbe il modo meno costoso e meno sanguinoso di affermare i propri interessi. In questa prospettiva, la forza militare non sarebbe indispensabile: come ricordava Carl von Clausewitz, «la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi». La relazione può però essere rovesciata, trasformando la politica in uno strumento di conflitto.
Sabotaggi e minacce digitali
Le autorità europee attribuiscono alla Russia una serie di operazioni riconducibili alla cosiddetta guerra ibrida, tra sabotaggi, azioni destabilizzanti e omicidi mirati. Tra gli episodi citati figura il piano per uccidere l’amministratore delegato di Rheinmetall, grande azienda tedesca attiva nella produzione di armamenti.
Nello stesso quadro viene collocato il tentativo di occultare esplosivi in pacchi DHL destinati al trasporto aereo. I servizi di sicurezza europei sostengono inoltre che le reti dell’intelligence russa si affidino con frequenza crescente a criminali per compiere attività di sabotaggio e spionaggio. Operazioni apparentemente limitate possono comunque provocare un numero elevato di vittime.
Alla minaccia fisica si aggiungono le incursioni informatiche sostenute dagli Stati. Un esempio è l’attacco nordcoreano contro il Servizio sanitario nazionale britannico, mentre la preoccupazione maggiore riguarda la possibilità che Russia e Cina stiano preparando strumenti capaci di paralizzare le reti tecnologiche essenziali per il funzionamento delle società occidentali.
Tra i casi osservati dagli Stati Uniti c’è Volt Typhoon, operazione cinese che avrebbe cercato di penetrare nelle infrastrutture strategiche di Guam, territorio americano nel Pacifico dove si trova una base militare. Nel 2004 Christopher Wray, allora direttore dell’FBI, la definì davanti al Congresso «la minaccia decisiva della nostra generazione».
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Le reti esposte alla guerra
Secondo i funzionari statunitensi, la Cina potrebbe avere già collocato strumenti d’accesso nei sistemi informatici delle infrastrutture essenziali degli Stati Uniti continentali, pronti a essere utilizzati in caso di crisi. Anche Washington e gli alleati, tuttavia, avrebbero sviluppato capacità offensive contro le reti dei potenziali avversari.
Un alto funzionario occidentale ritiene possibile che tutte le parti abbiano inserito nelle infrastrutture critiche una sorta di «mine digitali», attivabili nel caso di un conflitto. Il loro impiego potrebbe arrecare danni molto gravi anche senza un attacco convenzionale su larga scala.
Il problema dell’arsenale nucleare
La dimensione nucleare resta il rischio più distruttivo. La dottrina statunitense si basa sulla disponibilità di forze abbastanza numerose e diversificate da resistere a un primo colpo, mantenendo la possibilità di colpire i siti nucleari dell’aggressore e altri obiettivi politici o militari.
La crescita dell’arsenale cinese rende però più difficile questa impostazione. Le testate sono distribuite sul territorio nazionale e associate a numerosi silos sorvegliati, una disposizione che potrebbe impedire agli Stati Uniti di neutralizzarli tutti. Narang e Vaddi descrivono questa impostazione come «una postura strategica che sembra concepita per mandare in crisi la strategia degli Stati Uniti».
I pianificatori americani devono inoltre considerare l’ipotesi di un attacco coordinato da Russia e Cina. Di fronte a tale eventualità, Washington potrebbe scegliere se aumentare in modo consistente le proprie forze nucleari, affrontando costi elevati e forti contestazioni politiche, oppure adottare una logica di rappresaglia diretta contro le grandi città e i principali centri decisionali.
Una guerra di questo tipo produrrebbe una devastazione difficilmente concepibile. Il timore rinnovato di un conflitto nucleare ha intanto alimentato anche la narrativa culturale: il film “A House of Dynamite” di Kathryn Bigelow, uscito nel 2025, e il libro “Guerra nucleare. Uno scenario” di Annie Jacobsen, pubblicato nel 2024, immaginano entrambi un attacco iniziale contro gli Stati Uniti, probabilmente attribuito alla Corea del Nord.
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