Caso Siher, la Procura chiede il carcere per i post
Il 30enne è accusato di aver coordinato comunicazioni violente; la difesa contesta il peso delle prove raccolte.
La Procura di Milano ha chiesto la custodia cautelare in carcere per Youssef Siher, 30 anni, ritenendolo un punto di raccordo tra gruppi accusati di preparare disordini. L’uomo, fermato e detenuto a San Vittore, dovrebbe essere interrogato oggi dalla gip Tiziana Landoni.
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Gli elementi contestati
Secondo i magistrati, Siher avrebbe concentrato le comunicazioni tra diverse formazioni radicali e ne avrebbe favorito il coordinamento, pur non risultando contatti diretti con gli autori dei saccheggi e delle devastazioni avvenuti a Milano. La contestazione ruota soprattutto attorno ai contenuti pubblicati e condivisi attraverso il canale «Movimento 17 ottobre», aperto alle 19.58 del 18 ottobre.
Tra i materiali esaminati figurano un messaggio del 20 ottobre contro il governo e i mezzi di informazione, oltre a un invito del 18 ottobre a seguire l’esempio della Francia, descritta come organizzata e attiva. La Procura considera quelle comunicazioni un incoraggiamento alla ripetizione di cortei violenti, con possibili effetti di destabilizzazione e di allarme nella popolazione.
Il fascicolo comprende anche gli annunci relativi alle piazze del 24 ottobre, poi ritirati alla vigilia. Gli investigatori ritengono che l’uso di messaggi programmati all’ultimo momento potesse servire a rendere più difficile l’intervento della polizia. Il 22 ottobre, inoltre, sarebbe stato diffuso un documento con indicazioni sull’impiego di tecniche di guerriglia urbana ispirate alla rivolta egiziana del 2011.
Nelle conversazioni sarebbero comparsi appelli a colpire istituti di credito, ripetitori della Rai e altri obiettivi. La tesi accusatoria sostiene quindi che Siher fosse consapevole delle intenzioni violente degli interlocutori e che avesse messo a disposizione uno strumento per organizzarli.
Il telefono e la data dell’indagine
Tra le ragioni indicate per chiedere il carcere c’è anche il mancato rilascio del codice di sblocco del cellulare. Un elemento che, secondo alcune ricostruzioni, non sarebbe però sufficiente da solo a giustificare la misura: una scelta analoga era stata adottata mesi fa dal collaboratore del sindaco di Milano coinvolto nell’inchiesta sullo stadio, senza conseguenze detentive.
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Il Centro operativo per la sicurezza cibernetica della polizia aveva individuato Siher come primo indagato già il 20 ottobre, meno di due giorni dopo la nascita del canale. La stessa data coincide con l’approvazione, da parte del governo Meloni, del decreto sicurezza che introduceva sanzioni anche per chi, tramite strumenti informatici, istigasse la formazione di gruppi armati con almeno cinque persone.
Il provvedimento richiamava l’uso di bastoni, mazze e altri oggetti offensivi, quando da ciò derivasse un pericolo concreto per le persone o danni alle cose. Il fermo è arrivato soltanto il sabato mattina, alla vigilia delle manifestazioni.
Le critiche alla richiesta
Marco Travaglio, direttore del Fatto, ha espresso dubbi sulla solidità dell’impianto accusatorio, pur prendendo le distanze da chi danneggia vetrine o incita a farlo. Nel suo editoriale ha osservato: «“Terrorismo” è un concetto piuttosto elastico», ricordando come l’etichetta sia stata applicata in passato anche a figure poi considerate politiche o istituzionali.
Anche Giuliano Ferrara ha messo in discussione la rappresentazione di Siher come regista della protesta. Secondo il giornalista, le carte dovranno dimostrare senza ambiguità il suo ruolo prima di arrivare alla richiesta del carcere, considerato che l’indagato è un ricercatore e che la moglie lavora come mediatrice culturale.
Ferrara ha inoltre ridimensionato l’immagine del presunto organizzatore, scrivendo: «Siher ha una faccia da schiaffi, forse, ma non più di questo». Ha infine avvertito che presentare l’arresto della coppia come la neutralizzazione del vertice della protesta potrebbe alimentare una lettura distorta degli episodi e non impedire nuove manifestazioni.
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